Racconti: la vittima dei clan che salvò altre vite

Racconti: la vittima dei clan che salvò altre vite

Racconti – Fine anni ’90. È un periodo in cui tra Napoli e l’hinterland si spara e si uccide con una frequenza impressionante. Il 1998 non è stato affatto tranquillo. Fino al mese di agosto i morti ammazzati sono stati più di 90. La stagione delle grandi inchieste, delle maxi retate e dei processi ha creato scompiglio tra le organizzazioni criminali e il fenomeno del pentitismo ha fatto saltare tutti gli equilibri. In provincia la deflagrazione della Nuova Famiglia di Carmine Alfieri (nella foto) ha prodotto effetti collaterali non trascurabili, un “tutti contro tutti” che ha generato uno scontro cruento tra gruppi che si contendono le stesse fette di territorio. Giuseppina Guerriero non ha tempo di concentrarsi sulle guerre tra cosche che impazzano nell’area in cui abita, tra Scisciano e dintorni. Ha ben altro di cui occuparsi, impegni pressanti che assorbono tempo ed energie. In passato ha fatto la bracciante agricola ma poi, visto che se la cava benissimo ai fornelli, ha deciso di trovarsi un posto da cuoca che le consenta di guadagnare di più e senza spaccarsi la schiena nei campi. Ad ogni modo è una che non si è mai tirata indietro quando c’era da irrobustire il bilancio familiare. Lei e il marito, l’operaio Nicola Quartucci, hanno messo al mondo quattro figli – Rosa (22 anni), Antonella (18), Raffaele (16) e Anna (14) — e per tirarli su è necessario portare a casa almeno due stipendi.Nell’estate del 1998 ha iniziato a fare diversi colloqui di lavoro, uno dei dei quali è in programma la sera del 2 settembre a Saviano. L’incontro con i proprietari del locale promette bene, si dichiarano intenzionati ad assumerla. Nella tarda serata esce dal ristorante di Saviano nel quale ha finalmente trovato un lavoro e si mette al volante della sua Alfa 33 per fare ritorno a casa, a Scisciano. È notte, ma il marito e i figli la aspettano svegli, anche perché sono curiosi di sapere com’è andato il colloquio. Dunque, non vanno a letto fino a quando lei non è rientrata. Però, stranamente, Giuseppina quella sera non torna a casa. I minuti passano e i familiari cominciano a preoccuparsi per quello strano ritardo. Poi all’improvviso squilla il telefono di casa, ma non è lei a chiamare. Sono i carabinieri che si limitano – poi si capirà perché – a fornire informazioni vaghe ed incomplete: «C’è stato un incidente. La signora è stata ricoverata all’ospedale di Nola». Il primo pensiero del marito e dei figli è che possa essersi trattato di un incidente d’auto. Ma quando arrivano in ospedale lo scenario che si trovano davanti è assai diverso e, purtroppo, decisamente più angosciante. Giuseppina Guerriero non ha un braccio rotto o qualche costola incrinata: è, invece, in coma profondo. L’elettro-encefalogramma è piatto e i medici sono costretti a riferire una verità dolorosissima: la donna non ha nessuna possibilità di salvarsi, è solo una questione di ore e poi passerà a miglior vita. Al dolore che provoca la notizia, se ne aggiunge altro ancora più lancinante quando i carabinieri spiegano la dinamica dell’«incidente». La cuoca 43enne non è rimasta vittima di un tamponamento né ha perso il controllo della macchina e si è schiantata contro un albero. Niente di tutto questo.Se Giuseppina è ad un passo dalla morte è perché è stata colpita alla testa da un colpo di pistola. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, la donna stava attraversando la zona di Faibano quando è finita in una sparatoria tra clan rivali. Uno dei killer ha sbagliato mira e invece di colpire l’obiettivo del raid, ha fatto involontariamente fuoco sull’Alfa 33: il proiettile prima ha mandato in frantumi il parabrezza e poi ha centrato alla testa di Giuseppina.Mentre la sua vita si spegne lentamente in ospedale, le indagini consentonodi comprendere cos’è accaduto la notte trail 2 e il 3 settembre. Giuseppina Guerriero ha avuto la maledetta sfortuna di trovarsi sulla traiettoria di una Y10 al cui volante ci doveva essere Saverio Pianese, un esponente di primopiano del clan Capasso. Il commando era in moto e quando si è avvicinato alla Y10 ha esploso diversi colpi, ma l’inseguimento è stato decisamente concitato e la vittima designata è riuscita a schivare le pallottole. Un proiettile ha però centrato l’auto della Guerriero che proprio in quegli istanti transitava accanto alla Y10. L’Alfa 33 prima ha sbandato e poi è finita contro un muro.Quando sul posto è arrivata l’ambulanza, c’è voluto poco per rendersi conto che la donna non ce l’avrebbe fatta. Per Nicola e i quattro figli si tratta di un evento devastante: perdere una moglie e una madre in quel modo è una tragedia inaccettabile. La vicenda richiama l’identica fine a cui era andata incontro Silvia Ruotolo, assassinata da un proiettile vagante nel giugno del 1997, mentre stava tornando a casa con il figlio. «Mio fratello è un operaio della Fiat di Pomigliano d’Arco – spiega ai giornalisti Michele Quartucci – siamo gente onestissima e non è giusto subire una tragedia del genere. Chi toglie la vita non merita di vivere».Il 4 settembre Giuseppina Guerriero spira. Pur se alle prese con un dolore indicibile, il marito e i figli fanno in modo che il sacrificio di una donna buona e perbene non sia inutile: decidono, infatti, di autorizzare l’espianto degli organi: fegato, reni e cornee consentiranno ad altre persone di continuare a vivere e di tornare a sperare. Il cuore non viene espiantato solo perché Giuseppina era cardiopatica. Quello di Nicola, Rosa, Antonella, Raffaele, Anna è un gesto nobile del quale però non s’accorge quasi nessuno, se non i destinatari del fegato, dei reni e delle cornee. Eppure è un gesto che andrebbe raccontato perché dall’odio che ha spazzato via Giuseppina è nato qualcosa di decisamente bello e tutt’altro che scontato. In ogni caso, la tragica fine di una madre di 43 anni finisce rapidamente negli archivi della memoria. L’omicidio fortunatamente non resta impunito. Tre mesi dopo il killer che ha assassinato un’innocente viene arrestato ad Agropoli e il procuratore capo Agostino Cordova sottolinea il silenzio che ha accompagnato l’assurda vicenda della cuoca: «L’uccisione di Giuseppina Guerriero non può non richiamare quella di Silvia Ruotolo. Tuttavia le sacrosante indignazioni che ci furono per Silvia Ruotolo non ci sono state per la Guerriero, che evidentemente non rientrò nel circo delle indignazioni verbali».Le indagini confermano che la sera del 2 settembre l’obiettivo del raid era un boss della zona; al volante della Y10 non c’era lui, ma un personaggio di seconda fila dell’organizzazione.L’assassino sarà processato e condannato. E nell’aprile del 2013 il presidio dell’associazione «Libera» sarà dedicato a Giuseppina Guerriero.


ULTIME NEWS