Napoli Teatro Festival: ‘Si nota all’imbrunire’ la solitudine di Silvio Orlando

Napoli Teatro Festival: ‘Si nota all’imbrunire’ la solitudine di Silvio Orlando

Napoli – Lucia Calamaro con questo ‘Si nota all’imbrunire’, che ha debuttato al Napoli Teatro Festival, forte anche di Silvio Orlando come protagonista, e sara’ poi il 12 e 23 luglio al Festival di Spoleto, dimostra di essersi addolcita col tempo andando verso una scrittura piu’ limpida e capace di arrivare al pubblico e persino divertirlo non solo con il lavoro di regia e sugli attori, che firma sempre lei, ma anche appunto col testo con i suoi paradossi nevrotici e scarti di senso. E il pubblico ha reagito bene, con tante risate e lunghi applausi finali al Teatro San Ferdinando, che fu di Eduardo. Il problema e’ che la Calamaro rischia sempre di essere sedotta lei stessa da quella facilita’ e felicita’ di scrittura che indubbiamente ha e quindi non riesce, in genere, a limitare la lunghezza dei suoi lavori che si basano su un linguaggio di tutti i giorni, su un chiacchiericcio spesso monologante sempre eguale, ricostruito qui con un filo di ironia, che resta la sua caratteristica principale, non riuscendo mai a crescere e far arrivare una qualche tensione, senza alcun colpo di scena, che non deve necessariamente essere d’azione, tranne quello che arriva nel finale delle oltre due ore di spettacolo e che qui non sveleremo per correttezza. Certo il realismo, che arriva a chiamare i personaggi con i nomi propri degli attori, con questo dialogare tra membri nevrotici di una famiglia, quindi ognuno chiuso in se stesso, nella propria realta’ ‘virtuale’ e nei suoi problemi perche’ “crescendo in una famiglia si diventa sconosciuti” e “essere soli rende un po’ tristi, ma non fa soffrire… ci vogliono gli altri per soffrire”, ha un qualcosa, ma gia’ dopo mezz’ora, di avvolgente e di alienante nella sua monotona e quasi paradossale incomunicabilita’, nel suo nonsenso, in cui molti possono riconoscersi. E’ proprio vero, come dice il protagonista, che non abbiamo piu’ “un destino tragico”, e questo teatro un po’ piatto e’ allora forse lo specchio di questi nostri tempi abulici, non coinvolgenti. In questo contesto, la casa di campagna della scena di Roberto Crea, pareti bianche, un tavolo, poche panche e poco altro, tutto essenziale, geometrico e di metallo, ricorda una clinica psichiatrica e Silvio Orlando, che e’ alle prese con due figlie, un figlio e un proprio fratello, e’ bravissimo a mostrarsi avvolto in questo parlare continuo e confessare la propria incapacita’ affettiva e di comunicazione, ora avvilito e sconsolato, ora sorpreso e come inutilmente prigioniero di riti che vive come assurdi, dalla torta con candelina per il proprio compleanno alla preparazione della commemorazione per i 10 anni dalla scomparsa della moglie (e madre), con cui avra’ il suo unico vero colloquio. Una storia di solitudine, di solitudini che, accanto a Silvio, rendono con impegno il fratello Roberto (Nobile) con qualche senso di verita’, poi le figlie Maria Laura (Rondanini), medico, e Alice (Redini), velleitaria poetessa che copia i versi di Caproni sperando nessuno se ne accorga, e il figlio informatico (Riccardo Goretti).


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