Elena Pontoriero

Gragnano. Invalido e disoccupato costretto a dormire su una panca in villa

Gragnano. Invalido e disoccupato costretto a dormire su una panca in villa

Elena Pontoriero

«Se mi avessero detto dieci anni fa che sarei finito in strada, non ci avrei creduto». Inizia così la storia di Francesco (nome di fantasia) che da via Dei Pastai a Gragnano, si è trasferito su una panchina della villa comunale stabiese. Perché a mettersi di traverso, oltre alla separazione dalla moglie, anche la chiusura dell’azienda dove lavorava. «A 54 anni e con un’invalidità è difficile trovare impiego. Sopravvivo con una pensione di 300 euro e sono rimasto senza un tetto sotto il quale stare». Nel 2004 Francesco è stato vittima di un incidente sul lavoro. La mano destra è stata tranciata da un macchinario, durante la lavorazione di pannelli coibentati. Amputata e ricucita la sua mano non funziona più, ma è comunque riuscito ad andare avanti e spostato in un altro settore fino al 2010 è rimasto nell’organico dell’impresa. «Poi il fallimento dell’azienda e mi sono ritrovato disoccupato. Nel frattempo con mia moglie i rapporti erano sempre più difficili, da quando è nato nostro figlio. Forse una depressione post-parto ma lei non lo ha mai accettato. Quindi sono stato io a prendermene cura e lo facci ancora oggi». Francesco si illumina e gli occhi sono di speranza soltanto quando ricorda, ad alta voce, di essere papà. L’unica ragione che, ammette, ancora oggi lo tiene in vita. «I pensieri brutti ci sono stati. Più dolori che gioie e non nego che ho anche sperato di morire. Di togliermi la vita. Ma non posso lasciare mio figlio da solo. Mi chiedo: “Poi mio figlio senza me come fa?”. E allora trovo un motivo, pure piccolo, per darmi forza e rialzarmi. Lui è giovane, ha 21 anni ed è scappato a Londra per trovare lavoro. Per fortuna fa parte dello staff di un hotel di lusso e saperlo felice mi rende felice. Sa che vivo in strada e talvolta mi invia dei soldi per aiutarmi».«Una serie di avvenimenti avversi si sono presentati sulla mia strada. Io mi ero trasferito da mia madre, dopo la separazione con mia moglie – il 54enne ripercorre le tappe della sua vita – Anche se ho ancora il domicilio a Gragnano, in via Dei Pastai, nella casa coniugale. Ma solo quello è rimasto. Dal 2013 ero stato riaccoltoda mia madre che, purtroppo, è deceduta dopo tre mesi. Non potendo pagare l’affitto sono stato sgomberato. Mi sono girato intorno e non ho trovato nessuno, neanche i miei fratelli». Nessuna dimora per Francesco che, fino al mese scorso, dormiva in un’auto nei pressi del cinema Montil di Castellammare di Stabia, poi passato direttamente sulla panchina della villa comunale. «La vettura mi era stata regalata da un mio amico che, conoscendo la mia miseria, aveva provveduto a trovarmi una soluzione di riparo, soprattutto durante i mesi invernali. L’auto non era assicurata, né io avevo i soldi per farlo ed è stata, giustamente, sequestrata. Da quel momento mi sono sentito in un baratro senza uscita. Sapete cosa significadormire su una panchina? Nell’indifferenza di tutti? Significa essere bersaglio delle baby-gang che circolano a Castellammare. Significa avere paura a ogni respiro e senza che nessuno ti venga a salvare. Significa non dormire ma vegliare, durante la notte, anche su chi come te è a pochi centimetri disteso su un’altra panca. C’è tanta povertà, io l’ho toccata e ancora la tocco con mano. Io ho visto che nel pronto soccorso dell’ospedale stabiese si rifugiano molti senzatetto, dormono in corsia. Perché fuori fa paura. Attualmente sono ospite della Caritas di Castellammare e per questo ringrazio la mobilitazione del vescovo Franco Alfano e di Carmen Iovine, coordinatrice dell’associazione “Giù le Mani”. Unici punti di riferimento della mia vita. Ma tra una settimana dovrò andare via, perché il regolamento della Caritas è così. Dopo circa 20 giorni bisogna lasciare il posto a un altro. Non chiedo tanto ma faccio appello ai sindaci Paolo Cimmino e Gaetano Cimmino perché possano aiutare me e i tanti che ne hanno bisogno. Un tetto sotto il quale stare e un lavoro, qualsiasi, per poter pagare l’affitto. Non ho scelto questa vita, non ho scelto la strada. Ci sono capitato e non so starci. Aiutatemi a non morire in strada».


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