Leopardi, a Napoli le lettere autografe a Puccinotti

Leopardi, a Napoli le lettere autografe a Puccinotti

Napoli – Tre lettere di Giacomo Leopardi, in cui il poeta si racconta all’amico e medico Francesco Puccinotti, tra messaggi affettuosi e cupi accenni alla sua condizione fisica che andava peggiorando. Sono le epistole autografe del poeta recanatese che sono state acquisite dallo Stato e portate alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Lì da oggi sono esposte, nella Sala Rari dell’istituzione culturale che si trova dentro Palazzo Reale e già ospita lo straordinario patrimonio autografo del poeta, giunto alla biblioteca partenopea dopo la morte di Antonio Ranieri, amico napoletano di Leopardi.    Le lettere a Puccinotti, corrispondente forse tra i meno conosciuti del poeta, sono la testimonianza di un’amicizia intima e profonda, non interrotta neanche dopo la partenza di Puccinotti che nel 1826 si allontanò da Recanati per insegnare patologia e medicina legale a Macerata. “Sono particolarmente orgoglioso – ha detto il ministro della cultura Alberto Bonisoli che proprio alle lettere leopardiane ha voluto dedicare la sua prima visita a Napoli – del fatto che uno dei primi atti di cui sono stato testimone da ministro sia stata l’acquisizione di tre lettere di Giacomo Leopardi all’amico Francesco Puccinotti. Prima di tutto per un legame affettivo che ho con Leopardi dai tempi della scuola, poi perché ogni testimonianza può essere importante e decisiva per arricchire di particolari la sua biografia. In Leopardi vita e opere sono strettamente legate. Abbiamo deciso che queste lettere fossero custodite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli perché è qui già depositato oltre l’80 per cento del patrimonio del poeta”.    Le lettere, finora note solo attraverso copie, esprimono pensieri e sentimenti quotidiani del poeta. Nella prima, del 14 aprile 1826, c’è un’ammonizione filosofica sul valore dell’uomo dettata non “dal posto che siate per occupare, ma dalla vostra scienza e dal vostro ingegno”. Nella seconda del 21 aprile 1827, Leopardi annuncia che sta per partire per Bologna e poi per Firenze dove avrebbe trascorso l’estate, cogliendo l’occasione per l’ennesima invettiva contro la sua Recanati. Infine nella terza lettera spedita all’amico da Firenze il 16 agosto 1827, Leopardi descrive le sue condizioni di salute, in un momento in cui la condizione di menomazione fisica lo porta a una conclusione psicologica: impossibilitato a leggere, a scrivere, finanche a pensare per il mal di testa e mal di occhi lacerante, “l’unica logica conclusione è pensare alla morte come ultimo ripiego”.


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