Appalti e clan, primi verbali figlio ‘pentito’ di Sandokan

Appalti e clan, primi verbali figlio ‘pentito’ di Sandokan

Napoli – Gli “agganci” con alcuni politici che hanno fatto parte dell’amministrazione comunale di Santa Maria Capua Vetere  e il legame, stretto, con diversi imprenditori disposti a pagare tangenti al clan pur di aggiudicarsi gli appalti banditi dal Comune sammaritano. Sono i due punti sui quali verte l’interrogatorio del boss pentito Nicola Schiavone, figlio di Francesco, detto “Sandokan”, depositato questa mattina dal pubblico ministero antimafia Maurizio Giordano durante una udienza dell’inchiesta ‘The Queen’ sulla presunta triangolazione tra politica, camorra e imprenditoria per il condizionamento di importanti appalti. L’interrogatorio è datato 21 settembre, 16 pagine di dichiarazioni, molte delle quali coperte da ‘omissis’, e altre composte da fotografie sottoposte al vaglio del collaboratore di giustizia. Poche le parole pronunciate dal pentito che riescono a filtrare. Quanto basta per riuscire a disegnare il perimetro dei racconti che il boss sta fornendo alla Dda. Nicola Schiavone spiega che il clan dei Casalesi ha avuto rapporti con esponenti della pubblica amministrazione di Santa Maria Capua per far sì che imprese suggerite del clan riuscissero ad aggiudicarsi gli appalti. Ma, nelle poche righe rese pubbliche, non viene specificato a quale periodo temporale si riferisca, né in che modo sia venuto a conoscenza di queste circostanze. E’ solo possibile apprendere che, a dire di Schiavone, i contatti coi politici ‘amici’ li avrebbe tenuti Alfonso Salzillo. Quanto agli imprenditori che si sarebbero aggiudicati gli appalti perché sponsorizzati dai Casalesi, Schiavone si sofferma – rispondendo a mirate domande del pubblico ministero Giordano – sulle figure di Antonio Bretto e di Mario Martinelli. In entrambi i casi, però, Schiavone specifica di non aver mai avuto rapporti diretti con loro. Le sue conoscenze sono frutto di confidenze ricevute da terze persone, di cui però non viene dato atto nel verbale depositato in udienza. In maniera assai generica, Schiavone si limita a sostenere che “i fratelli Bretto iniziarono a crescere da un punto di vista imprenditoriale nel 2000 perché venni a sapere che cominciarono a versare nelle casse del clan la quota per i lavori che si aggiudicavano e la consegnavano in particolare a Rodolfo Corvino e a Lello Letizia“. Sul conto di Mario Martinelli, in modo ancor più vago Schiavone afferma che egli è stato un interlocutore privilegiato per noi del clan. Appartiene a quella categoria di imprenditori collusi con noi del clan dei Casalesi”.


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