Sanità: ‘Reddito salute’ contro gap accesso cure Nord-Sud

Sanità: ‘Reddito salute’ contro gap accesso cure Nord-Sud
L' interno dell' ospedale Lotti di Pontedera fotografato questa mattina 19 dicembre 2011 a Pontedera. In seguito allo sciopero vengono garantiti gli interventi urgenti.ANSA/STRINGER

Napoli – Un gap nell’assistenza sanitaria tra Nord e Sud che parte già dalla nascita: “Un dato di partenza, destinato ad aumentare con l’avanzare dell’età”. E’ sulla sanità in Italia, con le differenze tra le Nord e Sud, che si è snodato il dibattito “Divari di sviluppo, politiche sociali e sanità nel Mezzogiorno”, che ha aperto la seconda giornata del Forum “Mezzogiorno d’Italia: ultima spiaggia”, organizzato a Capri da EuraProMez, associazione nazionale per il progresso del Mezzogiorno d’Europa, con la collaborazione scientifica della Fondazione Economia Tor Vergata e il patrocinio della Regione Campania. Marco Vecchietti, amministratore delegato e direttore generale di Rbm Assicurazione salute Spa, suggerisce, per ripianare una simile differenza nell’accesso alle cure e nella possibilità stessa di curarsi, di pensare a “redditi di salute più che a redditi di cittadinanza”. “Già oggi – dice – la spesa sanitaria è la maggiore voce di uscite per i cittadini”. “La necessità è di portare risorse aggiuntive – spiega – e provare a fermare la migrazione sanitaria tra aree del Paese”. Il “reddito di salute” comporta, secondo la proposta avanzata nel corso del dibattito, “l’attivazione di un pilastro di welfare supplementare che abbia il supporto delle istituzioni, tenendo conto che assistenza famiglie e tutela della salute sono tra i principali compiti che hanno”. Una proposta che va approfondita, pensando a un “sistema complementare a quello pubblico”, per Pasquale Dell’Aversana, presidente di EuraPromez. Bisogna, cioè, fare in modo che, “venga a crearsi un secondo pilastro, complementare e integrativo rispetto a quello pubblico”. Un “pilastro” al quale possano rivolgersi “i redditi più alti, attraverso la deducibilità fiscale”. In questo modo, si andrebbero a liberare quote di fondi nazionali di cui “le fasce di reddito più basse possono usufruire”. “Può diventare anche un modo per esercitare in maniera concreta il diritto alla salute, garantito dalla Costituzione – conclude – in maniera tale che può avere certezza di accesso alle cure chi magari non ha lavoro e rischia di dover pagare in proprio le cure sanitarie o di rivolgersi al pubblico di cui, purtroppo, si conosce la lunghezza delle liste d’attesa”.


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