«La camorra si batte coinvolgendo tutta la comunità»

«La camorra si batte coinvolgendo tutta la comunità»

Il Tenente Colonnello Filippo Melchiorre che regge il Comando Gruppo Carabinieri di Torre racconta il cambiamento della città nel giorno della consegna della cittadinanza onoraria all’Arma.

Dieci anni sono un traguardo.

«Dieci anni sono un periodo di tempo relativamente breve, che, forse, in qualsiasi altra parte d’Italia, non giustificherebbe una specifica celebrazione come quella di oggi, ma ritengo che 10 anni per la comunità di Torre e per altre limitrofe sia un periodo lungo, perché nel 2008 il contesto dell’ordine e della sicurezza pubblica era molto diverso da quello attuale».

Il cambiamento c’è stato.

«Si, ma la sensazione di cambiamento, non deve indurre valutazioni errate sulla realtà territoriale attuale che ancora viene segnata da azioni criminali che attestano come il fenomeno della criminalità organizzata, seppur ridimensionato, è tuttora presente. Abbiamo oggi, forse più di 10 anni fa, una grandissima responsabilità: non cedere un centimetro del terreno riconquistato e di continuare a conquistarne, attraverso una sempre maggiore collaborazione tra tutti gli attori istituzionali»

La presenza è stata determinante.

«L’istituzione del Gruppo di Torre è stata una scelta strategica dell’Arma vincente, grazie all’impegno, alla dedizione e al sacrificio di carabinieri coraggiosi e di comandanti che hanno saputo indirizzare, con esempio e disciplina, il loro sforzo, ponendosi al loro fianco».

Anni difficili.

«Tutti i carabinieri con cui ho avuto modo di parlare in questi due anni di comando, ma, soprattutto, tutti i cittadini che ho incontrato, hanno voluto testimoniare la riconoscenza verso l’Arma per il grande cambiamento verificatosi nel territorio dopo l’istituzione del comando gruppo. Utilizzando un’espressione del Direttore del quotidiano “Metropolis”, Raffaele Schettino, il 2008 è stato uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo».

Poi la morte di Marco Pittoni.

«Dieci anni fa si è toccato il fondo, con un ennesimo sacrificio umano in ragione della lotta a una criminalità violenta e prevaricatrice».

Tante operazioni ancora da fare.

«Per guadagnare ancora terreno dobbiamo continuare ad avere le porte della caserme aperte, per stimolare la piena fiducia nella nostra istituzione, ma soprattutto dobbiamo costantemente avere le nostre scarpe – il nostro primo presidio – per terra, con occhi che osservano e orecchie pronte ad ascoltare le richieste di aiuto. Una volta riconquistato il terreno, è necessario piantare degli alberi e, per raggiungere questo obiettivo, occorre l’impegno di tutti, enti locali, istituzioni scolastiche, associazioni, realtà ecclesiastiche e volontariato, nell’assoluta convinzione che gli spazi recuperati devono essere occupati dalla legalità, dalla solidarietà, dal bene comune, per poter essere preservati e consegnati, possibilmente migliorati, alle nuove generazioni, che già ci osservano e domani giudicheranno i frutti di quegli alberi».

Una sfida possibile.

«Si, e lo dobbiamo ai cittadini, a noi stessi, in ragione degli impegni assunti con il giuramento, alle nostre famiglie, che con noi vivono il territorio, ma soprattutto lo dobbiamo a tutte le vittime innocenti della criminalità, caduti per sostenere con forza e decisione il diritto alla legalità».


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