Ciro Formisano, Giovanna Salvati

Torre Annuniziata: il Comune dà la cittadinanza onoraria all’Arma. Il ricordo di Marco Pittoni, il tenente coraggio ucciso dal ragazzino

Torre Annuniziata: il Comune dà la cittadinanza onoraria all’Arma. Il ricordo di Marco Pittoni, il tenente coraggio ucciso dal ragazzino

Ciro Formisano, Giovanna Salvati

TORRE ANNUNZIATA –  In fondo alle pagine più buie della storia criminale di Torre Annunziata c’è il sorriso, riflesso nel sole, di un ragazzo di appena 33 anni. Marco si chiamava. È morto per difendere tutti noi, un caldo mattino di primavera di 10 anni fa. Aveva lasciato la sua Sardegna per combattere in trincea, dalla parte dei buoni, una guerra che continua ancora oggi e che solo in pochi hanno il coraggio di combattere. La guerra contro la camorra barbara, spietata e assassina. Contro quei boss senza scrupoli pronti a corrompere e rubare. Ad armare un branco di ragazzini come soldati dell’anti-Stato.«Ma che vai a fare laggiù?» la frase ripetuta dagli amici di sempre ogni volta che tornava a casa. «A fare il mio dovere», la risposta di quel ragazzo con le idee chiare.Sotto il suo berretto e nel cuore nascosto dalla divisa dei carabinieri, Marco cullava i sogni di un ragazzo qualunque. Il ritorno nella sua Villarois, un paesino della costa sarda che tra sabbia bianca e sponde d’argento guarda in faccia all’Africa nera. Sognava di tornarci da eroe a casa, magari raccontando di come, assieme ai suoi colleghi, avrebbe liberato quella terra stuprata per decenni da camorra e malaffare. Ma a casa Marco è tornato in una bara scura, perché qui gli eroi di finiscono quasi sempre così. I suoi sogni da giovane tenente se li è portati via un colpo di pistola esploso a bruciapelo.È il 6 giugno del 2008. L’orologio segna le 10 del mattino e nell’ufficio postale del Comune di Pagani c’è una lunga fila di anziani arrivati per ritirare la pensione. In coda c’è anche Marco. Ha un appuntamento con il direttore: ha un piano di sicurezza, anti-rapina da studiare con lui. Dal caldo vociare, improvvisamente, spuntano 4 persone. «Questa è una rapina, dateci tutti i soldi», gridano con rabbia mostrando una pistola. E’ un attimo. Marco decide di intervenire. «Fermatevi», il grido che rimbalza tra le pareti dell’ufficio, mentre il carabiniere prova a disarmare uno di quei rapinatori che sotto al passamontagna nasconde il volto di un bambino di 17 anni. Appena 17 anni. Un ragazzino. Ma il bandito non molla. E spara. Due colpi, uno all’addome e uno alla gola. Marco rimane disteso sul pavimento delle Postesolo alcuni secondi. Viene trasportato d’urgenza in ospedale a Nocera. Ma muore tra le braccia dei medici alle 12, 30. Il dolore si sa sprigiona forze impossibili da immaginare. Non è vendetta, ma sete di giustizia. I colleghidi Marco, i ragazzi della caserma di Torre Annunziata, bussano alle porte deipregiudicati di mezzaprovincia. Scoprono subito che gli assassini di quel giovane collega sono nascosti nei vicoli pericolanti di Fortapasc. Rivoltano come un calzino i bunker della camorra, dal Penniniello a palazzo Fienga, il regno dei Gionta. La rabbia è un’arma al servizio del coraggio. Alla fine gli assassini vengono stanati nei vicoli della miseria dove i boss arruolano il loro esercito di futuri assassini. Il giorno dei funerali di Marco, dall’altare, il pm Amedeo Sessa grida in lacrime: «Marco, riposa in pace. Abbiamo preso i tuoi assassini». I rapinatori-killer vengono tutti arrestati e condannati nei vari gradi di giudizio. Tra loro c’è un ragazzino minorenne. È un baby killer del clan Gionta. Uno dei “guaglioni” che Marco sognava di liberare dai tentacoli di quella camorra spietata e feroce. Qualche anno dopo, grazie al lavoro eccezionale dei carabinieri che in lacrime hanno incastrato quei giovani assassini, chi ha ucciso quel ragazzo in divisa di 33 anni è stato condannato in via definitiva. Il caso è chiuso per la giustizia. Ma la ferita è aperta e non si risanerà mai. In fondo alle pagine più buie della storia di Torre Annunziata c’è il sacrificio di un eroe normale. Si chiamava Marco Pittoni. Aveva 33 anni e un sacco di sogni da realizzare. Oggi vive nei ricordi di chi sfiora la sua tomba di marmo nel cimitero di quel piccolo paesino della costa sarda. Vive negli occhi di chi, come lui, continua a combattere per salvare dalle grinfie dei camorristi i bambini dei vicoli di Torre Annunziata.

Intervista al Tenente Colonnello Filippo Melchiorre che regge il Comando Gruppo Carabinieri di Torre racconta il cambiamento della città nel giorno della consegna della cittadinanza onoraria all’Arma.


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