Joao Gilberto, l’alchimia del samba che diventa jazz

Joao Gilberto, l’alchimia del samba che diventa jazz

Lo scorso 10 giugno ha compiuto 88 anni, una biografia ne celebra la carriera. Una notizia. Non tanto per la longevità dell’uomo Joao Gilberto (la sua musica camperà molto di più), ma perché nell’immaginario comune, nella testa della gente, le biografie si scrivono per chi non c’è più. Joao Gilberto è un’icona della musica di ogni tempo che sopravvive al suo tempo. Chissà cosa avremmo potuto ancora scrivere o leggere del freejazz di Charles Mingus o del rockabilly di Elvis Presley se anche loro avessero resistito al proprio tempo, incarnando la fredda leggenda in viva mitologia. E’ ciò che ha fatto Francesco Bove nel saggio “Joao Gilberto, Un’Impossibile Vita da Artista” (Arcana editrice, 174 pp., €16,50, ndr), dove emergono aneddoti, testimonianze, curiosità che non stravolgono la storia della bossanova con plateali revisionismi ma al contrario ne certificano la letteratura fin qui conosciuta, attraverso l’unica fonte che gli storici (condannati al passatismo) possono invidiare ai ricercatori come Bove, la voce solenne dell’attualità. Una scrittura ironica e qualificata che protegge il volume da possibili rovesci nella retorica, che elude la trappola del compiacimento e che si immerge soprattutto nei lampi di follia, le debolezze, le catene sentimentali del grande musicista brasiliano. Già, il Brasile. Il quinto stato del mondo, a differenza delle culture europee o indocinesi, è a corto di storia millenaria. Come gli americani nello sport i brasiliani hanno dovuto alzare le palizzate della propria epica soprattutto nel novecento. L’immigrazione, il calcio e il samba diventano i tratti distintivi di un’identità sempre sulla soglia del genio ma mai abbastanza dentro da evitare catastrofi. Basta pensare che la nazionale di calcio brasiliana del 1950, la più forte del mondo, è ricordata soprattutto per la più umiliante disgrazia sportiva del secolo, il famoso Maracanazo, la finale della Coppa Rimet persa a Rio de Janeiro contro l’Uruguay in cui si verificarono diversi suicidi e rivolte popolari. La bossanova, nata più o meno in quegli anni, non è altro che il medley tra la spiritualità afro del choro (un antico shaker di polka, valzer e altri generi brasilianizzati), l’eccitazione propiziatoria del samba e le tecniche flemmatiche del cool-jazz. In due parole: soul music, nell’accezione letterale del termine. Che sia venuta fuori dalla catalisi intellettuale della rive gauche parigina o dalla convenzionale narrativa della saudade, la bossanova è stata una miracolosa alchimia. Joao Gilberto – insieme a Jobim, Stan Getz e Vinicious de Moraes – è uno dei sacerdoti di questo genere in continua evoluzione, tra la moderna lounge da salotto metropolitano e i mille contrari del funk elettronico. Altre storie, altre tendenze, altre voci, eppure ancora così magicamente fatte di quella stessa chimica.

Rocco Traisci


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