Alberto Dortucci

Abusi di famiglia, il sindaco di Torre del Greco sapeva tutto: lasciò la società dopo le denunce

Abusi di famiglia, il sindaco di Torre del Greco sapeva tutto: lasciò la società dopo le denunce

Alberto Dortucci

Torre del Greco. Non racconta una bugia il sindaco Giovanni Palomba quando sottolinea come a capo della Pa.Di. – l’impresa di famiglia raggiunta da un’ordinanza di demolizione per gli abusi edilizi realizzati all’interno di due fabbricati di via Cavallo – ci sia la sorella Raffaella Palomba. Ma lo storico figlioccio della Dc all’ombra del Vesuvio tralascia di evidenziare un importante dettaglio: la cinquantenne di via monsignor Felice Romano – il fortino dei mobilieri con la passione per gli investimenti nel mattone – si è portata a casa la prestigiosa nomina di legale rappresentante della società solo a ottobre del 2018, quando già era scattato l’esposto a carabinieri e procura di Torre Annunziata sulle «anomalie» degli uffici trasformati senza permesso in civili abitazioni. Fino a settembre del 2018, infatti, l’amministratore della Pa.Di. era proprio Giovanni Palomba. Pronto, evidentemente sollecitato da qualche «soffiata» relativa agli accertamenti innescati dalla denuncia, a lasciare la carica ereditata dalla madre Almerinda Di Donna a giugno del 2005.

La doppia eredità

Davanti all’ipotesi di essere travolto da uno scandalo, Giovanni Palomba – fresco di fascia tricolore – non esitò a lasciare il timone della Pa.Di. alla sorella, diventata amministratrice con una quota di 32.000 euro. Identica quota per le due figlie della donna, promosse socie di società in nome collettivo. Una qualifica assunta – sempre a ottobre del 2018 – anche da una new entry della Pa.Di.: Dorotea Rinaldi, la moglie del primo cittadino diventata «azionista di maggioranza» con una quota di 104.000 euro. Insomma, tutto in famiglia come risulta evidente dal numero di dipendenti impegnati a Torre del Greco: solo uno, secondo i dati in possesso della camera di commercio di Napoli. Perché, in fondo, tutto il «lavoro» era già stato fatto in passato. All’epoca in cui Giovanni Palomba era un «semplice» consigliere comunale – a parte una parentesi da consigliere provinciale – e poteva conservare senza difficoltà la carica di legale rappresentante dell’impresa di famiglia.

Le richieste e i permessi

E l’impegno profuso da Giovanni Palomba come imprenditore non è neanche lontano «parente» del lassismo dimostrato durante il primo anno di mandato a palazzo Baronale con la carica da sindaco: basti pensare come il 15 dicembre del 2009  fu direttamente il mobiliere di via monsignor Felice Romano – all’epoca esponente della prima maggioranza di Ciro Borriello, una settimana dopo finita nel tritacarne mediatico per lo scellerato acquisto dell’ex sementificio di via Lava Troia alla cifra astronomica di due milioni di euro – a presentare e ottenere le autorizzazioni necessarie alla Pa.Di. per l’esecuzione di opere edilizie consistenti in «frazionamento, diversa distribuzione degli spazi interni e cambio di destinazione d’uso da attività scolastica a ufficio pubblico e privato». Non solo: tre giorni dopo – tempi record, oggi sconosciuti in municipio – l’attuale sindaco ottenne, come legale rappresentante dell’impresa di famiglia, ulteriori tre permessi per realizzare e spostare a piacimento tre cancelli carrabili al servizio dei due fabbricati. Insomma, nessuno come Giovanni Palomba conosce la «storia» delle autorizzazioni e dei condoni rilasciati dal settore Urbanistica dell’ente di largo Plebiscito. Non a caso, il primo cittadino si è detto sicuro della possibilità della sorella di smontare le contestazioni alla base dell’ordinanza di demolizione firmata dal neo-dirigente Generoso Serpico.

La strategia difensiva

Adesso, la legale rappresentante della Pa.Di. avrà 60 giorni di tempo per l’eventuale ricorso al Tar Campania. Ricorso a cui sono legate le speranze di 20 famiglie di restare negli uffici trasformati – senza permesso – in appartamenti. In caso di mancata impugnazione del provvedimento, si dovrà procedere entro venti giorni al ripristino dello stato dei luoghi – compreso l’abbattimento di alcuni abusi edilizi realizzati all’interno dei due fabbricati – e successivamente allo «sfratto» degli inquilini. Con buona pace dei «pigioni» regolarmente pagati all’impresa di cui la moglie del sindaco è oggi azionista di maggioranza.

©riproduzione riservata