Antonio Raia: Il pacifista ucciso dalla camorra


Odiava le armi, scelse il servizio civile. Doveva badare a un disabile, ma non sapeva dei legami dell’uomo con i clan di Torre Annunziata 

Morire in guerra anche se sei un pacifista convinto: una feroce presa in giro della sorte. Il destino fa brutti scherzi, alcuni si possono accogliere con il sorriso, altri con rassegnazione. Altre volte, invece, si ha la sensazione che il destino si sia malignamente accanito contro di noi, portando la nostra vita su un percorso completamente diverso da quello che avevamo immaginato. Come nel caso di Antonio Raia, 21enne studente universitario di Somma Vesuviana. Detestava le armi e aveva deciso di evitare il servizio militare facendo l’obiettore di coscienza. Ma è morto in un conflitto che non gli apparteneva e che non avrebbe mai voluto combattere: è caduto sul fronte di una delle tante guerre di camorra che hanno insanguinato la provincia di Napoli. 

Morire in guerra anche se sei un pacifista convinto: una feroce presa in giro della sorte. Il destino fa brutti scherzi, alcuni si possono accogliere con il sorriso, altri con rassegnazione. Altre volte, invece, si ha la sensazione che il destino si sia malignamente accanito contro di noi, portando la nostra vita su un percorso completamente diverso da quello che avevamo immaginato. Come nel caso di Antonio Raia, 21enne studente universitario di Somma Vesuviana. Detestava le armi e aveva deciso di evitare il servizio militare facendo l’obiettore di coscienza. Ma è morto in un conflitto che non gli apparteneva e che non avrebbe mai voluto combattere: è caduto sul fronte di una delle tante guerre di camorra che hanno insanguinato la provincia di Napoli. 

Antonio sa che il servizio militare è un obbligo al quale non può sottrarsi in nessun modo. Tanto più che indossare una divisa, marciare in gruppo e maneggiare i fucili sono impegni che non lo hanno mai attratto; la sua indole è completamente diversa, come diversi sono i suoi obiettivi e i suoi interessi. Frequenta il terzo anno dell’Istituto Navale, a Napoli, e dover fare il soldato è una seccatura che avrebbe volentieri evitato perché si piazza proprio in mezzo ai suoi progetti e alle sue aspirazioni. Ma c’è un modo per aggirare almeno in parte l’ostacolo: fare l’obiettore di coscienza e sostituire i dodici mesi di leva con il servizio civile. Così potrà evitare di partecipare ad una finta guerra e al tempo stesso potrà fare qualcosa di utile per la collettività. 

È appena iniziata l’estate del 1990 quando viene chiamato a fare il servizio civile. Il compito che gli è stato affidato non è dei più semplici, anzi diciamo pure che non gli è andata proprio benissimo: gli tocca assistere un disabile che ha la necessità di avere accanto una presenza fissa. Dovrà occuparsi di Pasquale Trotto, un signore di 54 anni quasi completamente cieco e privo di entrambe le mani a causa di un incidente avvenuto molti anni prima. Secondo le disposizioni che gli hanno dato, Antonio deve tenergli compagnia ogni giorno in un orario diviso in due fasce: dalle nove del mattino alle due del pomeriggio e dalle cinque alle nove di sera. Ma Trotto, però, non è esattamente un invalido qualsiasi: benché debba fare i conti con una menomazione devastante che gli impedisce oggettivamente di fare molte cose, nel suo passato ha collezionato una serie di denunce per diversi reati e, secondo gli inquirenti, frequenta personaggi legati alla camorra. Gli ultimi problemi con la legge risalgono al 1989, quando è stato visto più volte in compagnia di esponenti del clan capeggiato da Luigi Limelli, un alleato della cosca mafiosa guidata da Valentino Gionta, un’organizzazione che gestisce, tra le altre cose, un consistente giro di estorsioni e un florido traffico di droga. Insomma, dal punto di vista delinquenziale Torre Annunziata è una città piuttosto complessa, come testimoniano pure le decine e decine di omicidi avvenuti fin dai primi anni ’80. A quanto pare anche quando lo studente di Somma Vesuviana comincia ad occuparsi di lui, Trotto non ha completamente smesso di bazzicare certi ambienti. Ufficialmente vive con una pensione di invalidità, integrata di tanto in tanto dagli introiti che derivano dall’attività di mediazione nella compravendita di appartamenti e terreni. Nonostante non sia organico a nessuna cosca di Torre Annunziata, probabilmente il suo mondo e quello della camorra non devono essere così distanti. Molto probabilmente Antonio tutte queste cose non le sa, del resto ha solo 21 anni, è concentrato sugli studi e pensa solo ad accompagnare in giro quello che agli occhi di molti è un povero disgraziato a cui la vita non ha riservato grosse soddisfazioni. Nei primi mesi del 1991 lo studente del Navale non si fa neppure troppe domande, fino a quel momento tutto è filato liscio come l’olio, con l’arrivo dell’estate finirà anche il servizio civile e potrà finalmente tornare a dedicarsi esclusivamente agli studi. All’estate del 1991, però, Antonio non ci arriva. La sua vita si ferma quando la primavera non è ancora alle porte. Il suo cuore finisce di battere mentre guida una utilitaria in una mattina di un inverno particolarmente gelido. Il pacifista Antonio Raia, infatti, muore poco prima di mezzogiorno del 12 febbraio. Quel giorno sta scarrozzando Trotto per le strade di Torre Annunziata a bordo di una Fiat Uno targata Firenze e di colore beige chiaro. 

Antonio è al volante, al suo fianco c’è Trotto, seduto sul sedile posteriore c’è il figlio del disabile. Percorrono il centralissimo Corso Umberto I molto lentamente, perché a quell’ora c’è il solito traffico che mette a dura prova il sistema nervoso. Dietro la Fiat Uno si è incollato un motorino con in sella due giovani, entrambi non indossano il casco. Fin qui niente di strano. Ad un certo punto lo scooter si accosta dal lato passeggero e il ragazzo seduto sul sellino posteriore estrae la pistola e spara ripetutamente su Trotto. Quattro proiettili raggiungono il volto, il torace e il braccio destro dell’invalido. Gli assassini non devono essere dei professionisti perché altri due proiettili finiscono addosso ad Antonio, colpevole solo di essere sulla stessa traiettoria della vittima designata. Lo studente viene raggiunto al petto e alla gamba destra. Come in tutti gli agguati di camorra, il raid si consuma in pochi secondi e il motorino con i due killer sparisce d’incanto in mezzo al fiume di automobili in colonna. 

Pur essendo stato ripetutamente colpito, il pregiudicato cieco e menomato sopravvive all’imboscata, finirà all’altro mondo solo dopo una decina di giorni di agonia. 

Chi muore, invece, è Antonio Raia. Si, proprio lo studente che aveva scelto di non imbracciare armi e di far finta di sparare su un nemico immaginario. È morto da innocente in una guerra che non era la sua, una guerra che farà ancora tanti ma tanti morti ammazzati. E molti moriranno da innocenti, proprio come lui. La tragedia di Torre Annunziata dovrebbe suscitare un moto di indignazione collettiva, ma il fuoco dello sdegno si affievolisce rapidamente dopo l’inevitabile attenzione dedicata alla vicenda, quando il cadavere di Antonio è ancora caldo. La sua tragica fine viene prima dimenticata, poi rimossa dalla memoria collettiva. I funerali sono uno strazio, con i parenti aggrappati alla bara che non riescono ad accettare l’idea, e del resto chi potrebbe riuscirci, che Antonio sia andato incontro a quella fine. Il sipario sullo studente universitario di Somma Vesuviana viene calato al cimitero. Di lui è rimasto solo un ricordo assai pallido, tant’è che sul web, ad eccezione di qualche articolo di giornale, non ci sono tracce di quella sciagura e la sua storia è sconosciuta ai più. 

Quel che è rimasto ancora vivo nella carne è il dolore dei suoi familiari, a partire dai genitori che tutto avrebbero immaginato tranne di dover correre all’obitorio per riconoscere il corpo del loro figlio. Nella tarda mattinata del 12 febbraio del 1991 trovarono Antonio steso su un tavolo di marmo. Il loro figlio era morto. E con lui erano morti pure i sogni che hanno tutti i ragazzi a vent’anni. 

REDAZIONE

03-12-2017 17:30:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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