Aprirsi al mondo percorrendo scaffali e corridoi colmi di libri. L’importanza della lettura nell’era dei social


Si ragiona, già da tempo, attorno al tema del futuro delle biblioteche intendendo riferirsi alla sfida che la dilagante e pervasiva mutazione in atto a tutti i livelli, con il concomitante sviluppo eclatante della tecnologia informatica, pone ad istituzioni preziose e insostituibili preposte alla conservazione, incremento, valorizzazione e fruizione del patrimonio librario e documentario. Eppure, è sotto gli occhi i tutti come in genere le biblioteche fatichino a svolgere il proprio ruolo tradizionale, siano sempre meno fornite di risorse e di personale, rischino in più di essere soppiantate dalle infinite possibilità che oggi esistono e sono attive in ordine alla ricerca e alla lettura online, via internet, ecc. Personalmente, da utente appassionato e conoscitore di molte biblioteche – napoletane, italiane e straniere – ma anche, se non in particolar modo in quanto responsabile di una media-piccola, ma agguerrita biblioteca specialistica riguardante la storia del Novecento, la Resistenza e l’Antifascismo, mi vado convincendo sempre più che occorre con coraggio riflettere e, se del caso, ripensare ruolo e funzioni delle biblioteche. Tanto più, poi, in quanto a Napoli ne esiste una quantità davvero ragguardevole, da salvaguardare e tenere in ogni caso nella massima considerazione e cura. A mio modo di vedere, la biblioteca del futuro dovrà essere, in ragione delle proprie dimensioni, finalità e collocazione socio-territoriale, o interamente specialistica, oppure dotata di sezioni specialistiche. Inoltre, dovrà /potrà ampliare, mutandola e arricchendola, la gamma dei propri servizi, attivandosi come luogo d’incontro, centro di invito e promozione alla lettura, di animazione culturale, palestra di comunicazione, laboratorio didattico. Insomma, sarà un luogo ˈpluraleˈ, aperto e multiplo, possibilmente integrando a sé e in sé strumenti e configurazioni di tipo museale, archivistico, laboratoriale. E ancora, predisporsi ad accogliere fasce di utenza oggi meno curate (bambini, ragazzi, anziani) alle quali riservare appropriata attenzione e corrispondenti iniziative che ne sollecitino l’interesse e li rendano partecipi e protagonisti. Ha scritto uno dei più importanti autori svedesi contemporanei che per la sua famiglia di origine la biblioteca era il luogo più sacro, «andavamo in biblioteca ogni fine settimana, tutta la famiglia: i miei fratellini nella sezione per l’infanzia, con la stanza delle fiabe, i cuscini, i disegni e il fauna- box. La mamma, allo scaffale della psicologia, il papà nell’angolo delle lingue; ed io nella sezione dei ragazzi, dove passavo il tempo esplorando i covi delle streghe e combattevo contro gli archi. Ma a volte, salivo le scale fino alla sezione degli adulti...e tutto gratis, senza dovere sborsare un soldo…insomma, era come un santuario, una pausa dal resto del mondo». E lo scrittore francese Uras ci ha parlato, di recente, di biblioterapia e del bibliotecario come “biblioterapeuta”, in un romanzo, ma intervistato ha chiarito che tale mestiere esiste davvero e ci sono corsi appositi, in Francia e Inghilterra, per imparare a praticarlo. Davvero insomma ci si può aprire al mondo e percorrere scaffali e corridoi colmi di libri vedendo e facendo cose diverse da quelle cui siamo o siamo stati abituati. Basta crederci e volerlo sul serio; intanto, ne parleremo nella splendida Biblioteca Nazionale di Napoli martedì 21 novembre, e ci piacerebbe ritrovarsi in tanti. Se il libro-oggetto non ci sembra più utile o sufficiente, se librerie e biblioteche ci pare abbiano fatto il loro tempo, abbiamo il dovere di inventarci i rimedi giusti, ma non lasciando che l’uno e le altre escano di scena, abbandonino la nostra vita: sarebbe un errore imperdonabile e saremmo più soli e più deboli.

GUIDO D'AGOSTINO

11-11-2017 16:00:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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