Dino, dagli spaghetti al Cinema. Testamento in due parole: «Abbiate cuore e coglioni»


Riccardo Gualino indossa sempre l’abito scuro e il papillon al collo. Colleziona opere d’arte, finanzia cantieri di architettura moderna, è un mecenate del teatro e soprattutto un pioniere della produzione cinematografica. Uno sulla cresta dell’onda, nonostante le accuse di bancarotta e il confino a Cava de Tirreni.  Quella mattina posa il cappello a falda col nastro di raso sulla scrivania e fissa negli occhi un giovane cresciuto tra i filari di spaghetti stesi al sole lungo gli ampi marciapiedi di Torre Annunziata. Si chiama Agostino, ma per tutti è Dino. Ha tentato di fare l’attore, forse rapito dal mito delle pellicole in bianco e nero, ma ha capito che non è la sua strada. Però nel Cinema vuole starci lo stesso, magari lontano dalla telecamera. Ha capito che vuole progettarlo, non recitarlo né girarlo. E per questo è seduto davanti a quella scrivania. Per essere scritturato. Ha fatto una promessa al papà pastaio: un anno spesato a Roma per inseguire il sogno del Cinema, e poi, nel caso di sconfitta, il ritorno nel pastificio di famiglia o in giro per l’Italia a piazzare spaghetti. Da allora è passato molto più di un anno ed è giunto il tempo di tirare le somme. Gualino dietro quella scrivania tace e ascolta il giovane che gli ha segnalato Mario Soldati, scrittore, sceneggiatore e regista torinese. Non è convinto della sua esperienza e dopo che gli stringe la mano per congedarlo ne discute a lungo coi suoi più stretti collaboratori.  Alla fine nella stanza qualcuno dice: «Forse non sempre troverà la soluzione più economica ai problemi, ma questo ragazzo non si fermerà mai». Fu così. Da quel momento, l’ascesa di Dino De Laurentiis non si arrestò mai: dal profumo di grano e salsedine che respirava tra i vicoli e il porto di Torre Annunziata fino alla ribalta di Hollywood, con oltre 150 film prodotti, quasi tutti di successo planetario. Una vita affrontata a muso duro e senza peli sulla lingua. Come quando sorrise davanti all’etichetta del neorealismo del cinema italiano. «La verità è che l’industria italiana del cinema è così povera che non ci sono soldi per gli studios, per creare i set, e allora si gira tutto per strada». Ma la sua arte stava nel trasformare l’impossibile in possibile, e accadeva ogni volta che acquistava i diritti di una storia. Anzi, quando all’inizio degli anni Settanta arrivò nel mare di dollari che gli Stati Uniti riservava alla produzione cinematografica, il possibile divenne epopea. E la magìa dei suoi film iniziò ad avere anche il sapore dell’industria, del business, dei milioni. Nel 2003, più o meno sessant’anni dopo quell’incontro col fondatore della Lux Film che aveva poggiato il cappello sulla scrivania, Dino De Laurentiis si ritrova tra le mani il «Leone d’oro» alla carriera dentro il Palazzo del Cinema di Venezia, e sente che quello è il posto giusto per tentare di ridare fiducia ai giovani. Con la voce ferma affida loro la sua filosofia di vita. Spiega loro cos’è il cinema.  «Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico. Voglio dimostrare al cinema italiano che ci sono grandi storie da raccontare». E chiude: «Ho voglia di tornare in Italia per fare film che riescano ad uscire dall’Italia». Ci proverà per sette anni a spingere il cinema italiano fuori dal tunnel, a riportarlo nell’olimpo dove era arrivato grazie al profumo della dolce vita e alla magìa di Fellini. Poi si fermerà per l’unica volta nella sua vita, quel 10 novembre del 2010, battuto ma non vinto dalla morte, oltre la quale sopravvive la sua storia, la sua produzione, il suo insegnamento.  Quelle parole dette a Venezia resteranno la stella polare per chi ama il cinema italiano. Per chi ha voglia di raccontare le storie. Per chi parte dal basso e sgomita per arrivare lassù. Un miracolo possibile per tutti, come disse senza troppa filosofia ad Arnold Schwarzenegger, il “Barbaro” che era diventato governatore della California. «Nella vita e nel cinema bisogna essere intelligenti, coraggiosi e generosi. In due parole: servono cuore e coglioni». ■

RAFFAELE VITIELLO

10-11-2017 21:00:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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