In «Vesuvius Valley» l'innovazione è la città


In copertina un’opera raffigurante il Vesuvio del noto artista Lello Esposito, su cui è stata sovraimposta dall’editore, Amedeo Colella, una Melannurca, icona del territorio locale, che ambisce a sostituirsi o, forse per meglio dire, integrarsi con quella di Apple Computer. Si intitola “Vesuvius Valley. Perché Napoli è la città più innovativa al mondo?!” (Cultura Nova, pagine 222, euro 11,50) l’ultimo libro di Stefano de Falco, ingegnere, direttore del CeRITT, Centro Ricerca sulla Innovazione ed il Trasferimento Tecnologico, e docente di geografia della innovazione all’Università Federico II.

Nell’opera viene analizzato il carattere innovativo di Napoli, smontando e rimontando consolidati paradigmi di rappresentazione della città partenopea, sia positivi che negativi. Un vulcano famosissimo, una città, delle icone conosciute in tutto il mondo, la pizza, il caffè, il mandolino, ma anche università antichissime, centri di ricerca d'avanguardia, e personaggi illustri da Masaniello a Renato Caccioppoli.

I nuovi crocevia dell'innovazione? I bassi dei quartieri spagnoli ed i mercati della Sanità. I templi del miglioramento continuo? Le botteghe artigianali e le trattorie della città. Il vero incubatore di rinnovamento? Il bar sotto casa. Questa la fotografia della "Vesuvius Valley" che l'autore fornisce.  Una serie di indizi offerti al lettore affinché sia lui stesso, alla fine della lettura, a dare una risposta alla domanda: Napoli è o non è una delle città più innovative al mondo?

In piena epoca di globalizzazione ha senso focalizzare l’attenzione dei processi di innovazione sulle città?

Sembra paradossale che le città riacquistino importanza quali nodi strategici di un’economia globale, ma è un dato di fatto anche se valido solo per alcune città, quelle creative che esprimono caratteri innovativi.

Ci faccia capire meglio

In un’epoca dove tutto è espresso in termini globali e dove parlare di innovazione significa farlo ad una scala sovranazionale con scenari di concorrenza tra interi continenti, proiettare il tema alla scala urbana, a prima vista, sembrerebbe riduttivo, ma non è così, in primo luogo per una ragione banalmente quantitativa.

All’inizio dell’Ottocento, solo il 2% della popolazione mondiale viveva nelle città, mentre all’inizio del Novecento la quota di popolazione urbana, sul totale di quella mondiale, era del 10%. Nel corso del XX secolo, la percentuale della popolazione urbana è aumentata in maniera esponenziale: secondo le statistiche dell’ONU, all’inizio degli anni Duemila più del 50% della popolazione mondiale era urbana e le stime calcolano che nel 2050 tale quota sia destinata ad arrivare al 75% di una popolazione mondiale a sua volta in continua crescita, anche se non in maniera proporzionale.

Si parla quindi ormai di urban world, cioè il mondo è sostanzialmente urbano e sembra destinato a esserlo sempre di più.

Ma non è solo questione di numeri ma anche di fenomeni. La globalizzazione ha una dimensione narrativa, quella utilizzata da media, molto affascinante se riferita a tutto ciò che è grande, immenso, sovranazionale , però si nasconde l’altra faccenda, l’altra faccia del fenomeno, quella di interesse dei soli addetti ai lavori, che è relativa al fatto che la gestione di grandi reti (di conoscenza, di scambio di merci e servizi) avviene in luoghi fisici e tali luoghi sono le città con alcune precise caratteristiche, ad esempio quelle relative alla disponibilità di servizi specializzati. Non esiste una entità, sia essa economica, sociale, culturale o anche innovativa, esistono luoghi fisici, quali alcune città nelle quali i processi hanno dimensione sovranazionale.

Restiamo al tema della Vesuvius Valley. Siamo davvero così simili a quella vera di valle, la Silicon Valley?

Non lo so. In realtà il punto esclamativo nella domanda-titolo del testo è volutamente e astutamente seguito da quello interrogativo per lasciare il lettore arbitro assoluto della vicenda.

Però ritengo come prima cosa che l’omologazione e l’imitazione non sia un processo corretto, perché non siamo nell’ambito della ripetibilità galileiana per cui è possibile cercare di applicare uno stesso metodo in luoghi differenti, anzi le differenze devono coesistere ed il gradiente geografico, culturale e sociale è un valore aggiunto ritengo, non quello economico.

Se proprio vogliamo provare a fare del benchamrk tra i due scenari, sono 3 i fattori di agglomerazione innovativa che hanno dato la genesi e la persistenza in Silicon Valley dei fenomeni innovativi: la densità del mercato, la disponibilità di servizi specializzati e la disponibilità di sostegno al credito e, terzo fattore, la diffusività della innovazione. Di questi tre dove siamo molto avanti è proprio nell’ultimo citato perché l’area partenopea esprime caratteri eccezionali di creatività e, per il noto studioso Richard Florida, dove c’è creatività c’è innovazione.

Il problema restano gli altri due fattori. L’assenza di un mercato denso non consente il matching tra domanda e offerta di lavoro, soprattutto quello high tech. Per cui restiamo un territorio eccezionale nel formare ma non ancora capace di trattenere in prima battuta e addirittura attrarre eccellenze sia dalla parte della offerta, laureati con profili specializzati, che dal lato della domanda, imprese specializzate.

Tante idee poche concretizzazioni?

Un attimo, i dati statistici per numero di start up ci vedono tra i primi posti delle città italiane. Certamente le idee ci sono e d’altronde l’innovazione si genera anche laddove c’è esigenza e questo la storia ce lo ha insegnato in mille modi nel corso del tempo. Un territorio come quello partenopeo, che vive in un perenne stato di necessità, esprime caratteri di ricerca di soluzioni innovative a cui però devono seguire risposte del territorio attraverso anche una buona, efficace, efficiente, politica industriale.

21-02-2017 15:07:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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