Racconti: Raffaele De Rosa, ucciso per la gara di calcetto


Raffaele De Rosa era una maschera di sangue quando arrivò in ospedale,raccontò di essere stato investito.Invece fu massacrato da setteragazzi.L’omertà anche dopo la morte, fino al pentimento di un assassino

Mogli, madri e sorelle accusate di svolgere il mestiere più antico del mondo o di essere impegnate in fantasiose performance sessuali; parenti defunti evocati ogni manciata di secondi: il turpiloquio era una costante nelle partite di calcetto a cui partecipava Raffaele De Rosa, 36enne di Casoria. Niente di eccezionale, considerando che in ogni match, pure ad alti livelli, se ne sentono di tutti i colori. Ma le gare in cui Raffaele scendeva in campo talvolta si trasformavano in tempestose zuffe dopo un fallo cattivo o un insulto pesante. Sembrava potesse concludersi con una delle solite risse pure una partita giocata una sera di aprile del 2011, invece quella gara

 

Famiglia, amici, calcio. L’esistenza di Raffaele De Rosa è tutto fuorché vivace, ma a lui basta; e gli basta pure il lavoro in un autolavaggio che gli assicura uno stipendio dignitoso. L’unico svago è rappresentato dalla partita di calcetto, appuntamento settimanale fisso che serve a fare un po’ di moto e a spezzare la routine. L’ab-bondanza di aggressività e l’assenza di fair play sono gli ingredienti di sfide a pallone in cui il clima si surriscalda rapidamente perché c’è chi usa più la bocca - per dire parolacce - che i piedi. E poi c’è chi usa i piedi più per dare calci a tibie e caviglie che al pallone. Una sera di aprile del 2011 la gara viene sospesa dopo l’ennesimo fallaccio. In pochi istanti gli animi s’incendiano, volano parole grosse, c’è qualche spintone di troppo, eppure sono tutti amici. Poi uno dei giocatori della squadra di De Rosa, forse il fratello, urla ad un avversario che si agita troppo: «Ma stai fatto?», cioè «ti sei drogato?». In mezzo a tanti insulti, quell’allusione alla droga non piace al destinatario, che si chiama Salvatore Abbruzzese. Le voci si accavallano e c’è chi minaccia di vendicarsi e annuncia che l’offesa sarà lavata col sangue. I toni sono assai sopra le righe rispetto alle altre volte, ma la sensazione è che la rabbia possa sbollire nei giorni successivi, come del resto è sempre accaduto. Magari davanti a una birra si riderà di quel finale di partita così concitato. Ma stavolta non ci sarà nessuna riappacificazione, né al pub né altrove. La vendetta ci sarà e a pagarne il prezzo sarà Raffaele De Rosa, la cui colpa è una sola: è il fratello del ragazzo che ha “insultato” Abbruzzese.

La sera del 27 aprile, il dipendente dell’autolavaggio viene accerchiato in una strada periferica di Casoria: almeno sette persone lo prendono a calci e pugni, e uno di loro lo colpisce con una mazza da baseball. Raffaele prova a divincolarsi ma riesce solo a urlare e ad attirare l’attenzione di alcune persone che abitano a pochi decine di metri. Gli autori dell’imboscata scappano lasciando a terra la vittima del raid. Raffaele a malapena riesce ad alzarsi e col telefonino chiama unamico per farsi accompagnare in ospedale. È in condizioni pietose, ha la faccia imbrattata di sangue, ferite in ogni parte del corpo, i vestiti ridotti ad uno straccio tinto di rosso. Al drappello di polizia dovrebbe raccontare quel che è accaduto e che cioè un gruppo di scalmanati lo ha pestato fino quasi ad ammazzarlo. E poi dovrebbe dire che gli aggressori non solo li ha visti in faccia, ma è in grado pure di indicarne nomi e cognomi. Queste cose dovrebbe dirle. Dovrebbe, appunto, ma non lo fa. Ai poliziotti racconta una colossale bugia: dice di essere stato sbalzato per aria da un’auto, una tesi credibile considerando che alcune ferite sembrano compatibili con un investimento. Lui sta malissimo, i medici vorrebbero ricoverarlo, ma preferisce farsi dimettere e tornare a casa. Si regge in piedi a fatica, sa di essere vivo per miracolo. Però non denuncia chi lo stava uccidendo e decide che è meglio stare zitto e non correre il rischio che qualcuno lo affronti di nuovo per completare il lavoro iniziato la sera del 27 aprile. I dolori provocati dalle botte sono però fortissimi, invece di svanire lo tormentano sempre di più. Va al lavoro, ma cammina a fatica e il suo respiro è irregolare.

Dieci giorni dopo il pestaggio ha un mancamento e si fa accompagnare d’urgenza all’ospedale di Frattamaggiore. Ma le sue condizioni sono così gravi che è necessario trasferirlo nel reparto di rianimazione al “San Giuliano” di Giugliano. Purtroppo è tardi: Raffaele muore, quelle ferite mai curate hanno leso gli organi in maniera irreversibile. La spedizione punitiva, dunque, ha avuto conseguenze tragiche e si è trasformata in omicidio. Ma questo nessuno lo sa. Tutti sono convinti che ad ucciderlo sia stato un vigliacco pirata della strada.

Ai funerali molti familiariurlano il loro dolore contro l’anonimo automobilista che lo ha travolto e non lo ha neppure soccorso. È tuttavia probabile che nella ristretta cerchia di parenti, amici e conoscenti ci sia qualcuno che sa benissimo cos’è accaduto realmente la sera del 27 aprile. E, purtroppo, anche questo qualcuno sceglie di restare in silenzio, nonostante ci sia scappato il morto. È sconvolgente che si decida deliberatamente di non reagire neppure di fronte alla perdita di un figlio, di un fratello, di un amico. La vicenda sembra destinata ad essere archiviata, ma intanto i carabinieri non smettono di indagare e raccolgono voci secondo le quali la morte del 36enne è collegata ad una partita di calcetto. La ricerca di riscontri, tuttavia, è complicata, tutti sostengono di non aver mai saputo del pestaggio ed invitano gli inquirenti a dare la caccia al tizio che lo ha investito con la macchina. I carabinieri, però, non mollano e risalgono alla famigerata partita di calcetto e ricostruiscono ai protagonisti della rissa avvenuto in campo e ai potenziali componenti del branco che ha malmenato Raffaele. Alla fine il paziente lavoro dei militari viene premiato: uno degli autori del massacro viene individuato e fermato. Inizialmente nega tutto, ma quando gli spiegano che rischia un’accusa di omicidio cambia idea e racconta tutto ciò che sa. Sulla base della sua testimonianza viene chiesta la riesumazione del corpo per sottoporlo all’autopsia. L’esito dell’esame autoptico consegna la verità: la milza di Raffaele risulta spappolata e i lividi sul corpo sono distribuiti in maniera tale da essere compatibili con un’aggressione a calci, pugni e legnate. A quasi due anni dai fatti, il 23 febbraio del 2013, la Procura di Napoli emette sette ordinanze di custodia cautelare: sei persone finiscono in carcere, mentre alla persona che ha collaborato vengono concessi gli arresti domiciliari, un “premio” per il contributo fornito alla ricostruzione dei fatti. Non fosse stato per lui, la verità sarebbe rimasta seppellita insieme al 36enne di Casoria. Arrivare alla cattura degli autori dell’aggressione, infatti, non è stato per niente facile: oltre alla vittima, pure i familiari hanno tenuto un atteggiamento omertoso e reticente al punto da ostacolare le indagini. Il 4 novembre del 2013 i sette componenti del branco finiscono davanti al gup Luigi Giordano per un processo da celebrare col rito abbreviato; la sentenza non è mite, il giudice infligge pene che oscillano tra i 10 e i 6 anni e 8 mesi. In aula alcuni parenti degli imputati danno in escandescenze, c’è chi urla e chi minaccia di lanciarsi dal parapetto del corridoio. Il gup Giordano va via scortato dai carabinieri, tra gli insulti e qualche timido tentativo di aggressione.

Molti sono convinti che l’omertà consenta di vivere più a lungo e che in alcuni casi voltarsi dall’altra parte e fingere di non vedere sia l’unica possibilità per salvare la pelle. Ma ci sono casi in cui l’omertà non è un elisir di lunga vita ma un invisibile veleno che porta dritto al camposanto. Raffaele De Rosa si era convinto che il silenzio lo avrebbe protetto per sempre, invece tenere la bocca chiusa lo ha condannato a morte.

BRUNIO DE STEFANO

04-02-2018 21:00:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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