Salernitana, si ricomincia da tre. E sarà tempo d'osare


Sana e salva. A un certo punto della stagione non sembrava epilogo così scontato. Però senza sogni. E nel bel mezzo della primavera alzi la mano chi non c’ha creduto, almeno per un po’. Il campionato della Salernitana s’è chiuso nella terra di mezzo d’una serie B che l’anno che verrà i granata disputeranno per la terza volta consecutiva. È un segnale importante di continuità e consolidamento dopo i due fallimenti delle gestioni di Nello Aliberti e Antonio Lombardi, e dopo un percorso di redenzione che non si dimentica, cominciato dai dilettanti, tra la polvere della periferia sarda, i campetti dei Castelli Romani e i derby campani di basso rango. La storia è nota e sa pure di ridondanza richiamarla così spesso, perché l’idea che il torneo cadetto sia un patrimonio prezioso per Salerno è chiara a tutti, ma non autorizza a lasciarsi andare a una forma d’appagamento esistenziale del tipo «teniamoci stretto il presente, ché c’è chi sta peggio». Realismo sì, autocensura no. 

Il terzo anno di B, piuttosto, dovrà esser nel segno della maturità, della conoscenza della categoria, dell’ambizione d’andare oltre. Perché Claudio Lotito e Marco Mezzaroma sin qui hanno fatto tanto, riportando su palcoscenici consoni una piazza che non ha mai smarrito il suo amore, neppure nei tempi bui dell’Interregionale e della denominazione provvisoria. Ce n’è abbastanza per provarci davvero, insomma, a dar l’assalto alla serie A. Si sarebbe potuto tentare già quest’anno, però la falsa partenza con Sannino - che in estate ha preso una squadra inizialmente figlia d’un aborto per il mancato arrivo d’Inzaghi, e poi non è mai riuscito a farla girare e giocare come avrebbe voluto - ha tolto probabilmente alla Salernitana quei punti che le avrebbero permesso di lottare fino all’ultimo. L’esperienza di Bollini, non senza qualche scivolone, ha detto meglio, nei numeri, nelle prestazioni e nelle sensazioni, tanto da indurre a un tratto a illudersi e fissar obiettivi poi rivelatisi irraggiungibili dopo aver steccato gli appuntamenti clou (Bari e Frosinone su tutti). Sulla scorta di quegli errori, ci sarà da (ri)costruire il futuro, che passa per vari step. 

In primis, impossibile e grave ignorarlo, c’è la definizione della questione societaria. Perché la coppia presidenziale è solida, o meglio fortissima: chiude i bilanci in rosso ma ripiana senz’affanni, non si sottrae a investimenti importanti anche se, risultati alla mano, non sempre azzeccati o quantomeno “ripagati” dal campo (Rosina docet), garantisce una continuità che da queste parti in passato è stata dolce utopia. Il vero nodo, però, è la multiproprietà Salernitana-Lazio. E si dipana su più interrogativi.

Il 25 maggio si vota in Lega, e se Lotito diventa numero uno della B dovrà lasciare il club granata. In quel caso Mezzaroma andrà avanti da solo? E se invece il mondo restasse com’è, i soci e cognati riusciranno a risolvere - espressione impropria, perché tutto è nelle mani della Federcalcio - l’incompatibilità in caso di promozione in serie A? Altrimenti, realisticamente, fatta salva la volontà di «non fasciarsi la testa prima di rompersela», si tratterebbe d’immaginare un vegano convinto che prenota in un ristorante stellato il menù di carne: cosa ci va a fare, se non può mangiare? Il contraltare di questo ragionevole dubbio ha una parziale risposta nel passato recente: già quando l’allora Salerno Calcio vinse in D i patron Lotito e Mezzaroma avrebbero dovuto lasciare, però una deroga alle Norme Federali, varata dal Consiglio, permise sia al presidente della Lazio che al cognato (la cui discutibile incompatibilità è legata, appunto, al vincolo di parentela) di rinviare il discorso. La resa dei conti definitiva, invece, non sarà più procrastinabile. 

Chiarita questa questione, noiosa quanto si vuole ma di fatto imprescindibile, si dovrà passare alla pianificazione tecnico-dirigenziale, provando a giocare d’anticipo e d’intuito rispetto alla concorrenza. Perché la Salernitana della prossima stagione, nelle legittime aspettative d’un pubblico che ha portato all’Arechi 230mila spettatori (media d’11mila a partita, mica male per un campionato di metà classifica), non dovrà esser una delle tante, ma una favorita in grado di tener fede al peso del pronostico. Una squadra costruita con coraggio e coerenza. Degna della passione della gente. All’altezza dei suoi sogni. 

DARIO CIOFFI

19-05-2017 09:00:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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