Ercolano, ammalata sepolta tra i rifiuti: «Ecco come sono costretta a vivere»


Ercolano. «Le condizioni di salute di mia cognata si sono aggravate e, intanto, i rifiuti si accumulano all’esterno della nostra abitazione: bisogna fare qualcosa, si rischia una tragedia». Enzo è sconsolato, lancia uno sguardo fuori al balcone dell’appartamento all’angolo tra corso Resina e vico Moscardino e allarga le braccia: «L’impalcatura-discarica finirà con l’ammazzare Maria», si lamenta. La cognata ammalata di fibrosi polmonare è costretta a letto da 5 anni, senza avere la possibilità di spalancare – a dispetto della necessità di respirare aria pulita – il balcone di casa. Perché, al di là delle imposte, c’è un inferno igienico-sanitario. Lo storico palazzo nel cuore di Ercolano in cui abitano la donna e la sua famiglia già all’esterno si presenta come fatiscente e pericolante. E lo scenario non cambia varcando la porta d’ingresso che conduce al primo piano. Ma il vero disagio, il dramma, la povertà e il completo abbandono da parte delle istituzioni si tocca con mano solo entrando nella casa-tugurio: circa 60 metri quadrati, tre stanze, i soffitti e le pareti completamente ammuffite e crepate, Maria a letto tra respiratori e trappole per i topi, i bambini istruiti a dovere a non uscire fuori al balcone e i vermi pronti a “invadere” il pianerottolo. «Mi vergogno a mostrare le condizioni in cui siamo costretti a vivere, ma credo sia l’unico modo per ottenere una mano dal Comune - dice Enzo, il cognato di Maria pronto con la moglie a curare la donna -. Abbiamo taciuto fino a oggi perché la situazione è stata gestibile, pure tra le mille difficoltà del caso. Ma adesso abbiamo bisogno di aiuto, perché Maria sta peggiorando e necessita di aria pulita». Nel frattempo l’ammalata dal suo letto cerca di parlare e di aiutare la sua famiglia a uscire da un tunnel apparentemente senza fine. Ma riesce a pronunciare solo poche parole, poi è costretta a riagganciare al volto la mascherina del suo respiratore. «Voglio spiegarvi come viviamo da anni - prosegue Enzo -. Dobbiamo mettere tutti i giorni delle trappole per topi e pesticidi sotto i nostri letti. Abbiamo acquistato delle barriere da posizionare davanti al balcone affacciato sull’impalcatura-discarica, ma non serve a nulla: i ratti riescono sempre a scavalcare le protezioni e a entrare in casa. Provate solo a immaginare cosa significa tutte le notti mettersi a letto e sentire lo squittio e lo stridere delle zampe dei topi contro il muro. È un incubo con cui conviviamo, ma non riusciremo mai a farci l’abitudine: ogni rumore sinistro ci fa accapponare la pelle». Poi la supplica all’amministrazione comunale guidata dal sindaco Ciro Buonajuto: «Vi prego, smontate l’impalcatura: c’è in gioco la vita di una donna», l’accorato appello di Enzo. La vicenda risale a circa 10 anni fa, quando dal palazzo all’angolo tra corso Resina e vico Moscardino iniziarono a cadere alcuni calcinacci: un campanello d’allarme capace di convincere il Comune a ordinare i lavori di messa in sicurezza con conseguente montaggio di un’impalcatura per procedere con gli interventi del caso. Successivamente non solo non c’è stata alcuna riqualificazione, ma l’impalcatura è stata trasformata in una sorta di discarica di rifiuti a cielo aperto: una fracida groviera di immondizia in grado di attirare decine di topi e insetti che ormai convivono con la famiglia di Maria, costretta a letto da una fibrosi polmonare. (Daniele Gentile)
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