Nel cuore dell'archivio storico del Banco di Napoli: c'è anche il pagamento per la prima guida a Pompei


Una persona pagata per far visitare Pompei. Detta così sembrerebbe un fatto normale. Se non fosse che la visita turistica risale al 1805. Spunta dai libri e documenti dell’archivio storico del banco di Napoli il pagamento per quella che probabilmente è stata una delle prima guide turistiche agli scavi di Pompei. Ma non solo. Tante le storie svelate e ancora di più quelle ancora nascoste nei libri degli antichi banchi napoletani, a partire dal 1538. Oltre 500 anni di storia del Mezzogiorno raccontata attraverso le causali di pagamento. Ben 17 milioni di nomi di clienti noti e non da Caravaggio a Gennaro Esposito, tutti trascritti con accanto un numero: l’antico numero di conto corrente. Registrati prima con il nome di battesimo e poi per cognome. “Un’infausta eredità spagnola che richiede quindi ancora più impegno e fortuna nell’attività di studio e ricostruzione", come spiega Andrea Zappulli, più che una guida il ‘cartastorie’ per eccellenza dell’archivio del Banco di Napoli. Ma è dai libri dei copia polizze fatti dall’ultimo degli impiegati - si chiamava giornalista - che vengono fuori le storie: dalle famose opere commissionate e pagate a quelli che poi sono diventati illustri artisti, fino a un detenuto che paga il risarcimento per una violenza ad una donna nel 1700. “Mi devi fare un quadro come quello che ho visto a casa di D’Avalos con gli stessi colori e la stessa cornice altrimenti non pago” si può leggere scorrendo gli enormi libri antichi conservati nelle 330 stanze dell’archivio. E ancora il pagamento di carrozze, di vestiti di Carnevale, i prestiti alla corona per le navi da guerra. “Dalla cosa più bassa a quella più sublime, come l’opera del Cristo Velato, tutto registrato e descritto. Un affresco vivo del Sud d’Italia” dice Andrea mentre indica due pile di migliaia di fogli, incastrati l’uno sull’altro per guadagnare spazio e che lasciano senza fiato: sono alcuni dei 105 milioni di assegni del Settecento tutti perfettamente conservati e tra cui ci sono centinaia di storie ancora da raccontare. (Marina Cappitti)
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