Denunciò il racket dei Gionta a Torre Annunziata: «Lo Stato mi ha lasciato solo»

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Denunciò il racket dei Gionta a Torre Annunziata: «Lo Stato mi ha lasciato solo»

Una nuova vita lontano da Torre, dalla città dove era stato vittima dei clan. Francesco (nome di fantasia) ha 56 anni, da tre anni non vive più a Torre Annunziata perchè ha denunciato i suoi estorsori. «Un eroe? Per carità, solo un onesto cittadino, come tanti a Torre Annunziata». Sorride, ma lo fa solo per smorzare la tensione che ha accumulato. Raccontarsi davanti ai microfoni non è semplice soprattutto dopo tanti anni, dopo che aveva giurato di non raccontare a più a nessuno la sua storia.  «Non è per paura, è solo perchè ora sono nonno e credo che il tempo non faccia dimenticare a quelle persone che ho denunciato». Denunciare però per Francesco non è stato facile, soprattutto quando ha dovuto abbassare per sempre la serranda della sua salumeria, entrare nel commissariato di polizia e denunciare. «Il peggio è arrivato dopo – spiega ancora – quando ho dovuto fare le valigie, dopo aver denunciato i soldati del clan Gionta, non potevo restare a Torre, significava aspettare la morte a casa». Gestiva un negozio di alimentaria, una salumeria conosciuta nel centro storico di Fortapàsc e per anni era stato uno dei finanziatori della cosca. «Non chiedevano molto – continua – cento euro, a volte duecento, ma era diventata una retta fissa che non potevo più sostenere. La crisi è stata l’occasione giusta per rifiutare la loro richiesta». Era il mese di aprile del 2012 e Francesco era nel negozio: «Sono arrivati in sella allo scooter, ricordo bene la faccia da spavaldi. Erano uomini mandati dal palazzo, e tutti sapevamo che bastava solo quel nome per farci tremare. Gli ho detto che non avevo soldi, che i tempi belli erano finiti e li ho cacciati». Da quel giorno Francesco da finanziatore diventa una vittima: «Se avevo pagato sino a quel momento era solo ed esclusivamente perchè non volevo problemi, io a Torre ci vivevo, era la mia città, le miei condizioni economiche erano anche buone e quella cifra una  tantum potevo anche perderla basta che non davano fastidio. Ma poi, subito dopo il rifiuto hanno iniziato a minacciarmi, mi seguivano con la macchina, spari nella serranda, telefonate nel pieno della notte con intimidazioni». Poi la decisione: «Non ho detto nulla a mia moglie, ho abbassato la serranda del mio negozio e sono andato in polizia a denunciare tutto. E’ stato difficile ma l’ho fatto. Dopo 24 ore sono andato via da Torre, ora vivo in un’altra regione e ho un chiosco dove  mi occupo sempre di alimentari». Ma Francesco sa quanto è difficile denunciare: «Ricordo che avevo più paura che coraggio, ma poi ti senti libero, riconquisti la tua dignità, la tua vita. Alla fine è vero la camorra uccide, ma uccide di più il silenzio». Poi il suo appello va ai cittadini che in queste ore a Torre sono vittime degli stesse episodi che lo hanno travolto e cambiato:«Non si resta soli, so bene che hanno timore ma affidarsi alle forze dell’ordine e soprattutto alla Chiesa, come ho fatto io, è l’unica ancòra di salvezza, dallo Stato invece sono stato lasciato solo». Francesco legge dai quotidiani on-line  che riportano gli ultimi episodi di criminalità e conclude: «Torre non cambierà mai, se non vengono cancellati per sempre ceppi della criminalità, poco centro i baby-boss la camorra ce l’hanno nel Dna, denunciateli, e avranno sempre meno le ore contate».  

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