Barba, silenzio e passeggiate: il comandante Schettino cambia rotta dopo la Concordia

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Barba, silenzio e passeggiate: il comandante Schettino cambia rotta dopo la Concordia

Ha perso qualche chilo e si è fatto crescere la barba, folta e ben curata con qualche punta bianca. E indossa meno quelle lenti specchiate che nei giorni più tristi del naufragio della Concordia divennero uno scudo per nascondere i suoi occhi azzurri velati dal dolore. Esce poco di casa, a Meta si vede giusto un paio di volte al giorno quando va a spasso con il cane della figlia. Chi lo ha visto di recente giura che le passeggiate in sella alla sua moto, la famosa Honda Varadero 1000 che fu anche sequestrata, sono un lontano ricordo.
Il “nuovo” capitano Francesco Schettino è tutto qui, una persona più posata, diversa, che ha scelto un profilo più basso, come gli ha suggerito il suo avvocato, il penalista napoletano Saverio Senese. Una spalla oltre che un legale di fiducia che lo accompagna verso l’ultima sentenza, quella che vedrà la Cassazione esprimersi sulla condanna a 16 anni e un mese emessa dalla Corte d’Appello di Firenze emessa il 31 maggio dell’anno scorso.
Il comandante è un altro a cinque anni dalla tragedia. Le accuse lo hanno ferito, i processi lo hanno punito, le «colate di fango», come definì lui, lo hanno scalfito. «Ma mai abbattuto, è un uomo forte» spiegano i vicini di casa. Quel comandante sicuro di sé, che partecipava a feste mondane a Ischia e che faceva campagna elettorale per l’amico sindaco Giuseppe Tito, non c’è più. Cancellato, rottamato. Proprio come la Concordia, recuperata dalle acque del Giglio.
Schettino è cambiato nel cuore della sua Meta. E parla pochissimo, mai con i giornalisti. Non vive più con la moglie Fabiola nella casa di vico San Cristoforo, un angolo del centro antico assediato un giorno sì e l’altro pure da giornalisti e telecamere. Oggi Schettino passa le giornate nell’appartamento di via Angelo Cosenza che gli ha messo a disposizione il fratello Salvatore. E’ a quattro passi dalla balconata che dà sulla baia di Alimuri, a pochi passi da un semaforo. Il comandante spesso si ferma a contemplare quel mare tremendamente infame, che gli ha dato e tolto tanto. Certo, il suo lavoro e i successi di carriera prima del Giglio gli hanno consentito la certezza di potersi garantire una vita serena, senza difficoltà economiche. Ma il countdown per l’udienza in Cassazione è agli sgoccioli e rappresenta la priorità.
Schettino crede fermamente di poter dimostrare coi fatti di non essere il “mostro” che hanno dipinto lontano da Meta. Ogni giorno, anche nei fine settimana, studia scrupolosamente le carte, analizza i filmati, ripassa ogni frase scritta nel libro inchiesta di Vittoriana Abate, “Le verità sommerse”. E nelle pause delle sue “indagini” mette su un po’ lo stereo, ascoltando musica leggera. «Non è un assassino – sbotta un residente -, lasciatelo in pace». Meta lo difende dall’incubo del carcere. Lui non ha mai dimenticato i 32 morti e oggi più di prima è pronto ad affrontare quel che verrà e pagare il conto con la giustizia.

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