«Omertà e silenzi», dietro la rassegnazione c’è la sfiducia nello Stato

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«Omertà e silenzi», dietro la rassegnazione c’è la sfiducia nello Stato

Chiariamolo subito: negli ultimi anni l’attività di forze dell’ordine e magistratura è stata massiccia ed ha consentito di sferrare colpi durissimi alla camorra. 

Fatta questa premessa, però, fanno un po’ amaramente riflettere le dichiarazioni del questore di Napoli, Guido Marino, e dal procuratore capo, Giovanni Colangelo, rilasciate ieri a margine della conferenza stampa per l’arresto dei presunti killer di Genny Cesarano. Sia il questore che il procuratore hanno stigmatizzato l’omertà che ha rallentato le indagini sull’omicidio del 17enne della Sanità: Marino ha sostenuto che c’è stata qualche «spregevole reticenza», mentre Colangelo ha spiegato di «non voler chiedere alla gente atti di eroismo ma atti di quotidiana ordinaria legalità».

Il questore ha poi aggiunto: «Questo risultato conferma che è una spudorata menzogna dire che lo Stato è assente nel territorio di Napoli, questo è poco serio e poco corretto anche nei confronti dei cittadini. Di questa polizia e di questa magistratura i cittadini si devono fidare».

I due autorevoli rappresentanti delle Istituzioni non hanno tutti i torti. Ma, diciamolo, non hanno neppure tutte le ragioni. 

Perché prima di ricondurre la lotta alla camorra ad una banale guerra tra il bene e il male, bisognerebbe porsi qualche domanda. Siamo proprio sicuri che il silenzio di chi ha visto o sentito sia solo figlio dell’omertà? E la scarsa collaborazione dei cittadini è solo il frutto malato di un atteggiamento complice o connivente? 

Sarebbe sciocco negare che in alcune aree della città e della provincia esistano sacche di connivenza e complicità, o di colpevole tolleranza. Ma è anche vero che nelle stesse aree lo Stato in questi anni ha mostrato i muscoli a corrente alternata. Perché, tra una retata e l’altra, i cittadini hanno continuato a vedere i camorristi padroni del territorio, hanno continuano ad assistere a “stese” o a conflitti a fuoco a tutte le ore, hanno continuato a rinchiudersi in casa per il timore di ritrovarsi nel bel mezzo di una sparatoria.

Dunque, prima di certificare come omertoso chi non vuole riferire ciò che ha sentito o visto, ci si dovrebbe chiedere se quei silenzi non sono altro che la naturale reazione ad una sensazione di paura e di insicurezza che oramai è diventata una seconda pelle per chi vive a Napoli e nell’hinterland. Una sensazione così forte che non può essere scalfita né dai periodici appelli al senso civico e alla collaborazione, né tantomeno dall’arresto dei colpevoli. Pur riconoscendo l’eccezionale impegno di poliziotti, finanzieri, carabinieri e magistrati, la sensazione di solitudine e di sfiducia dei cittadini è ancora altissima. E d’altronde quasi quotidianamente la cronaca offre materiale per non essere ottimisti e per pensare che, seppur di fronte a risultati innegabili, lo Stato non sia ancora riuscito a farsi “perdonare” una presenza non sempre costante ed efficace. 

Ecco perché il richiamo -per certi versi sacrosanto, lo ribadiamo – di Colangelo e Marino rischia di cadere nel vuoto: perché le condizioni per ricostruire un legame di fiducia tra Stato e cittadini non ci sono ancora o, nel migliore dei casi, sono ancora troppo deboli. 

Del resto, come è stato ribadito da più parti, per riconquistare la fiducia non basta solo un’opera di repressione. Alla Sanità, teatro dell’omicidio Cesarano, come in tante altre zone di Napoli e provincia, la presenza dello Stato deve manifestarsi tutti i giorni e in tutte le sue articolazioni: una scuola che funzioni, servizi efficienti, strade pulite. Di sforzi ne sono stati compiuti tanti, intendiamoci, ma se il cerino acceso è rimasto ancora nelle mani di qualche associazione di volontariato e ad un manipolo di preti coraggiosi vuol dire che c’è ancora tanto, tantissimo da fare. 

In un contesto del genere decidere di parlare o di raccontare a polizia e carabinieri ciò che si è visto o sentito non è, dunque, un «atto di quotidiana di ordinaria legalità» come li chiama il procuratore Colangelo, ma un atto di eroismo.

Giovanni Falcone diceva che la mafia «è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle Istituzioni».

Almeno per ora, quindi, non è il caso di pretendere eroismo da cittadini che si sentono ancora inermi. 

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