Pusher ucciso sulla porta di casa, ergastolo per Birra e Gionta

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Pusher ucciso sulla porta di casa, ergastolo per Birra e Gionta

Si chiude con 4 ergastoli il processo di primo grado nato dall’inchiesta-bis sull’omicidio di Gaetano Pinto, uomo del clan Ascione-Papale ucciso sulla porta della sua abitazione, a Ercolano, il 19 maggio del 2007. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Paola Piccirillo, ha condannato al carcere a vita i vertici della santa-alleanza della faida, l’asse della morte composto dal clan Birra di Ercolano e dai Gionta di Torre Annunziata.
Ergastolo è la parola che si sono sentiti ripete, ieri pomeriggio, Ciro Uliano, Giacomo e Stefano Zeno. Tutti rappresentanti di punta della cosca di corso Resina. Ma anche Gioacchino Sperandeo, uomo dei “Valentini” che avrebbe partecipato al massacro del pusher circa 10 anni fa.  
Il verdetto, per i 4 imputati che hanno deciso di essere giudicati con rito abbreviato, arriva a quasi tre mesi dalla durissima requisitoria – arrivata agli inizi di novembre – con la quale il pubblico ministero dell’Antimafia, Sergio Ferrigno, aveva invocato il massimo della pena per tutti.
A inchiodare boss e affiliati delle due cosche sono state le indagini dei carabinieri di Torre del Greco. E soprattutto le parole del super-pentito dei Gionta, Michele Palumbo, alias “munnezza”, all’epoca del delitto uno dei più spietati sicari al soldo della cosca di Palazzo Fienga. L’inchiesta coordinata dall’ex pm dell’Antimafia, Pierpaolo Filippelli, ha infatti dimostrato – come ribadito dai giudici – che Pinto sarebbe stato ucciso proprio dai Gionta su richiesta dei Birra.
Palumbo ha, infatti, confessato – nei suoi verbali – di essere stato  l’esecutore materiale del delitto commissionato dai “resinari”. Una svolta che arriva a 4 anni dalla sentenza con la quale la Cassazione aveva cancellato i 3 ergastoli per Ferdinando Abbate, Agostino Scarrone e Francesco Raimo, i tre imputati finiti al centro della prima inchiesta aperta sul massacro di Pinto.
Un colpo di spugna determinato, però, dal pentimento – nel 2010 – di Raimo e Scarrone, due sicari al servizio dei Birra. I due affiliati hanno raccontato di non aver mai partecipato a quel delitto: “eravamo a comprare la droga a Boscoreale da Peppe ‘o pazzo”, la giustificazione dei collaboratori di giustizia. Nella sentenza della Cassazione i giudici fecero luce anche del coinvolgimento dei Gionta e in particolare di Michele Palumbo, tirato in ballo dai pentiti Ciro e Giovanni Savino. Scatta così l’inchiesta bis. Parlano i pentiti Raimo, Scarrone, Esposito, Iacomino e anche Michele Palumbo, l’ultima “gola profonda” del clan Gionta. 
Il super pentito dei Valentini cancella le vecchie certezze degli inquirenti, accusandosi, come killer, del delitto di corso Umberto. Il sicario dei Gionta  racconta nei dettagli la missione di morte. Dalle riunioni nei vicoli alla ragioni del massacro. Pinto – secondo i pentiti – sarebbe stato ucciso per vendicare la morte di Giuseppe Infante, parente del superboss di Ercolano, Giovanni Birra.
Ad armare i sicari di Torre Annunziata la camorra di corso Resina. “Perchè Pinto era attento e servivano facce nuove”, come ripetuto in coro dai collaboratori di giustizia che hanno aperto uno squarcio nella storia di questo delitto. Con la scusa di comprare della droga, Palumbo sarebbe entrato a casa di Pinto, freddandolo con una lunga serie di colpi. Ad aiutarlo a scappare sarebbe invece stato Gioacchino Sperandeo, mentre Uliano avrebbe partecipato all’organizzazione del delitto. Un ruolo riconosciuto dallo stesso imputato che nelle precedenti udienze ha “confessato” di aver fatto parte del commando. Una scelta che però non gli ha risparmiato la condanna al carcere a vita.
Con questa condanna salgono a 50 gli ergastoli incassati – nei vari gradi di giudizio – da boss e sicari che hanno preso parte alla guerra di camorra di Ercolano.

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