Albertino Bigon, l’uomo della concretezza

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Albertino Bigon, l’uomo della concretezza

Albertino Bigon ha scritto il suo nome in due grandi storie. Come calciatore ha vinto con il Milan lo scudetto della Stella, come allenatore ha vinto il secondo Scudetto del Napoli. Sono pochi gli allenatori italiani che hanno vinto lo Scudetto, avendolo vinto anche come calciatori. Sono ancora meno quelli che hanno saputo vincere anche un Campionato Estero. Trapattoni, Ancelotti, Capello, Mancini e Bigon. Quella di Albertino è stata una vittoria estera, rispetto a quelle degli agli altri colleghi, meno prestigiosa (Campionato e Coppa in Svizzera con il Sion) ma ottenuta anche con una squadra meno forte e quindi più esaltante. Anche con i vallesi del Sion si è trattato del secondo (e, per il momento, ultimo) scudetto, come se Bigon avesse il merito, come allenatore, di ricompattare una squadra vincente. Il secondo scudetto del Napoli dell’89/90 è un vero capolavoro di “equilibrismo”. Dopo la storica impresa del primo scudetto a Napoli, l’esaltazione aveva fatto dimenticare che gli scudetti si vincono con la classe degli interpreti ma anche con la concretezza di tutte le componenti dalla società e lo staff tecnico all’ultimo dei tifosi.

Come calciatore, con una simbologia automobilistica, potrebbe essere definito un “ibrido”: un attaccante con le movenze di un centrocampista, oppure un centrocampista coll’aspirazione ad essere attaccante.

Significative le sue esperienze con Padova, Spal e Foggia. Nel 71 arriva al Milan come “centravanti di manovra”, poi arretra il suo raggio d’azione di una decina di metri. Con i rossoneri 9 stagioni e 56 gol. Era considerato una sorta di vice Rivera. Non aveva la classe del Golden Boy ma quella dose di sana concretezza che gli allenatori amano. Agile e sempre presente in area, gli furono attributi anche alcuni gol di “ rimbalzo” (involontarie deviazioni su tiri di altri giocatori). Suo fu il gol del definitivo 2 a 3 in un derby del 71, quando segnò perché colpito da un rinvio maldestro di Burgnich. Lascia il Milan per la Lazio nell’80 in uno scambio che porta in rossonero un giovane promettente Mauro Tassotti.

Come allenatore deve a due salvezze raggiunte col Cesena la chiamata al Napoli di Maradona.

La squadra ha fatto fuori Bianchi, il gioco si è involuto e in estate la Coppa America non ha fatto rifiatare i sudamericani. A Napoli sono arrivati Massimo Mauro, Marco Baroni e un giovanissimo Gianfranco Zola.

Il progetto di calcio di Bigon è: “Preferisco i risultati a tanti fronzoli”.  Quando hai Careca e Maradona qualcosa di buono succede sempre.

Arriva il “Tricolore” dopo un testa a testa col Milan. E’ lo scudetto della monetina di Alemao e del gol regolare annullato al Bologna contro il Milan. Tutte le residue speranze rossonere s’infrangono a Verona nell’ultima giornata in una riedizione della “fatal Verona” del 73.

E’ il Milan di Sacchi e dei “3 tulipani” ma Maradona veste di azzurro.

Il giocattolo si rompe ancora e Bigon dopo un ottavo posto lascia il Napoli.

Smette di allenare nel 2009. Solo in Svizzera col Sion torna a vincere Scudetto e Coppa nazionale.

Il figlio Riccardo dopo un anonimo e breve passato da calciatore diventa un apprezzatissimo Direttore Sportivo con una esaltante esperienza anche al Napoli.

Un’ultima curiosità. Albertino Bigon fu comprato dal Napoli nel 67 ma solo dopo pochi mesi fu venduto alla Spal senza mai giocare una sola partita con gli azzurri.

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