Di Maio, letterina di Natale. Orgoglioso di flop e bugie

Gaetano Angellotti,  

Di Maio, letterina di Natale. Orgoglioso di flop e bugie

Ogni bravo bambino che crede ancora a Babbo Natale, di questi tempi ormai ha già scritto la sua letterina per chiedere doni e regali. Chi invece crede ancora alle promesse di grillini e leghisti, non ha avuto nemmeno bisogno di prendere carta e penna: la letterina, con i regali addirittura già ricevuti – di cui evidentemente pochi (per non dire nessuno) si erano accorti – gliel’ha letta il vicepremier in persona. Il bravo ometto della politica onesta, Giggino da Pomigliano, ha declamato coram populi – ovviamente attraverso un video sul sito delle stelle diffuso sui social – i mirabolanti obiettivi raggiunti grazie alla imminente approvazione della “Legge di Bilancio 2018”. E già l’esordio è da incorniciare, visto che la legge di Bilancio 2018 è stata non solo già approvata ma anche pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Il 29 dicembre 2017, per la precisione. Quella in discussione, semmai, è la legge di Bilancio 2019. Ma al buon Giggino nessuno deve averlo spiegato, oppure, chissà, la solita manina dispettosa deve avergli cambiato la data sulla letterina. Dettagli. Bazzecole. Quisquilie, pinzillacchere, avrebbe detto il grande Totò, che di lettere esilaranti pure se ne intendeva. In quella del buon Giggino, a ben vedere, di cose esilaranti pure ce ne sono. «Nessun aumento dell’Iva: Fatto» strombazza contento il vicepremier, partendo dalla cima della lista: non sia mai che a qualcun o venisse il dubbio che dopo giorni e giorni di trattative quei cattivoni di Bruxelles siano riusciti a spuntarla. Certo, c’è chi come Renato Brunetta, deputato e responsabile della politica economica di Forza Italia, scrive in che «la guerra tra governo e Commissione europea sulla legge di Bilancio 2019, costata agli italiani circa 300 miliardi tra perdite finanziarie e recessione economica, è servita soltanto per avere un paio di decimali in più di deficit per finanziare inutili misure come il reddito di cittadinanza e la quota 100, si conclude, almeno per il momento, con una unica certezza: il prezzo da pagare, per tutto questo, sarà un maxi aumento dell’Iva nei prossimi anni. Leggendo le tabelle della relazione tecnica che accompagnano la nuova versione della manovra – prosegue il parlamentare – si scopre, infatti, che le clausole di salvaguardia dell’Iva, già sterilizzate per il 2019, ma ancora pendenti per il 2020 per 13,7 miliardi e, a decorrere dal 2021, in misura pari a 15,6 miliardi, sono state aumentate di altri 9,4 miliardi per il 2020 e di 13,2 miliardi a decorrere dal 2021. Il totale da disinnescare è così lievitato alla cifra mostre di 52 miliardi.  Risorse che, se non verranno trovate nella prossima legge di Bilancio, faranno scattare il maxi aumento delle aliquote, con quella ordinaria che potrebbe arrivare persino alla cifra record del 26,5% per dal 22 attuale. Una catastrofe per consumatori e imprese». Allarmismo ingiustificato, ribatte Giggino sicuro: «Le clausole di salvaguardia si attivano se non tornano i conti ma i conti torneranno». C’è da giurarci. Scorrendo la wish list di Giggino, al secondo punto si legge «Aumento pensioni minime – Fatto» e poco più avanti «Quota 100 per superare Fornero – Fatto». Eppure c’è chi resta scettico, anche perchè la riduzione del Fondo per le pensioni è di circa 700 milioni in più rispetto agli annunci: «Siamo al paradosso. Il governo del fallimento sta per sferrare l’ennesimo attacco alla classe media. Con il blocco delle indicizzazioni per le pensioni da 1500 euro lorde Di Maio e compagnia decidono a tavolino di mandare sul lastrico milioni d’italiani. Non si capisce come si possa definire ‘d’oro’ una cifra così bassa». Non solo. «Se le indiscrezioni di questi giorni corrispondessero al vero, quota 100 non esisterebbe più. Infatti, l’ipotesi di inserire le finestre o specifici requisiti fa sì che, di fatto, la quota 100 diventi 101, 102, 103… Il Governo dopo mesi di annunci deve garantire la reintroduzione di una piena flessibilità di uscita per età intorno ai 62 anni» afferma Domenico Proietti, segretario confederale Uil. Ma andiamo avanti. «Reddito di cittadinanza: Fatto». C’è poco da aggiungere: il provvedimento spot su cui il MòViMento ha costruito il proprio trionfo elettorale è già realtà (forse). Pronti anche i festeggiamenti: dopo il previsto via libera al Senato i 5 Stelle intendono infatti organizzare iniziative in tutta la penisola. In varie città di Italia verranno allestiti banchetti per far incontrare eletti e cittadini e spiegare loro tutte le misure contenute nella manovra a partire dal reddito di cittadinanza per il quale saranno impiegati 23 miliardi in 3 anni. Che il relativo decreto arrivi in Consiglio dei Ministri (forse) a inizio gennaio, è solo un dettaglio. Che la cifra iniziale promessa, 780 euro mensili, sicuramente sarà sensibilmente tagliata, forse è già un tantino più importante. Così come il fatto che, se tutto va bene, il bonus dovrebbe partire non prima di aprile. Ma tant’è. «Fatto»: si festeggi! Scorrendo la letterina di Natale, si legge: «Taglio di mezzo miliardo delle spese militari – Fatto». Ci vogliamo credere. Anche facendo finta di non vedere che il taglio è dilazionato in “soli” dodici anni. Ma il tono trionfalistico stride appena appena nel giorno in cui il sottosegretario alla Difesa del suo stesso partito, Angelo Tofalo, ha alzato bandiera bianca sul programma per gli aerei F35 tessendo le lodi di questo ‘prodigio della tecnologia’, spiegando che finora si è parlato in maniera distorta della questione. Dettagli. Pochi infatti ricordano nella scorsa legislatura la battaglia grillina al riguardo, con un Di Battista scatenato che prometteva la cancellazione del programma, nel caso in cui il M5s fosse arrivato al governo. Ora Dibba è “in vacanza da una vita”, la campagna elettorale è ormai alle spalle, e non si tratterebbe nemmeno della prima promessa disattesa (Tav, Tap, Ilva…c’è bisogno di continuare?). «Aumento fondi per la ricerca- Fatto». Qui Giggino fa quasi tenerezza: dice una cosa vera, (una volta tanto) ma farebbe meglio a tacere (come al solito). Perchè è vero che la norma prevede un aumento di 40 milioni per il finanziamento ordinario dell’università, 10 milioni per il finanziamento degli altri enti di ricerca e altri 10 milioni per finanziare le borse di studio. Ma è altrettanto vero, numeri alla mano, che non si tratta affatto di una novità (già Renzi e Gentiloni fecero più o meno lo stesso) e soprattutto sono cifre irrisorie.

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