Alfredo Donnarumma, lo schugnizzo nell’Olimpo dei goleador. «Io ce l’ho fatta ma dico ai giovani di reagire ai clan»

Salvatore Piro,  

Alfredo Donnarumma, lo schugnizzo nell’Olimpo dei goleador. «Io ce l’ho fatta ma dico ai giovani di reagire ai clan»

«Il gol segnato alla Juventus? E’ la chiusura del mio cerchio. Fatto di volontà, sacrifici e voglia di arrivare. Non ho mai smesso di crederci. Anche quando, a 16 anni, fui operato al ginocchio. Il professore Mariani, prima dell’intervento, mi disse: il 30 per cento lo faccio io. Il 70 per cento lo farà il Signore. Ho rischiato di non poter giocare più a pallone. Ma ora eccomi qui, in serie A, con entusiasmo e ancora tanta voglia di crescere e segnare». Il ragazzino cresciuto a pane e gol, nel rione del degrado e tra i vicoli di una zona sud assediata dalla camorra, continua a stupire. Oggi Alfredo Donnarumma, 29 anni e originario del quartiere Pescatori di Torre Annunziata, può gridarlo forte: «Ce l’ho fatta. Non è un sogno. Ce l’ho fatta». L’ultima prodezza, “Alfredino” – come continuano a chiamarlo in famiglia per via di un fisico gracile e minuto – l’ha siglata martedì sera. Alfredo, che a 16 anni stava per dire addio al calcio, ha scelto la “vittima” più blasonata, la Juventus, per il suo quarto centro nelle prime cinque partite della sua carriera in A. Un sigillo d’autore che ha fatto tremare i campioni d’Italia in carica.

Un gol che ha il sapore di riscatto. Ha una dedica particolare per questa rete?

«Sì. E’ un gol che dedico a me stesso. Perché ci ho sempre creduto, lavorando sodo. E’ un gol che ho meritato».

Nascere e crescere tra lo spettro della camorra spesso in agguato e le difficoltà economiche quotidiane, infonde forse più coraggio?

«Certo. Crescere in simili contesti ti dà più fame. Per me e i miei amici, coi quali da piccolo giocavo per strada, nulla è stato semplice. Parlo di cose banali. Da un campetto decente a uno spogliatoio che sia degno di questo nome. Sono mancanze che ti porti dentro, ti danno forza interiore. Una forza che infine sfoghi in campo».

Anche Ciro Immobile è cresciuto nello stesso rione “dei campioni”. Qual è il vostro rapporto?

«Conosco Ciro fin da quando eravamo piccoli. Ancora oggi ci sentiamo, scambiandoci complimenti dopo i gol e le partite. Lui è arrivato prima. Per me Ciro è stata una fonte di ispirazione e di coraggio».

Quando ha capito che, nella sua vita, avrebbe fatto il calciatore a livello professionistico?

«Sono sempre stato innamorato del calcio. Giocavo perché, nonostante fossi piccolo e non crescevo, avere una palla tra i piedi mi faceva sentire bene».

Eppure ai provini inizialmente la “scartavano”…

«Mi veniva risposto che ero bravino, ma troppo piccolo. Mi dicevano che non sarei cresciuto. Ma non mi interessava. Ho continuato a insistere e ora non ho rimpianti. Gli stessi che forse, adesso, provano altre persone».

In famiglia chi ha creduto maggiormente in lei? Chi l’ha spinta a inseguire il sogno di giocare in serie A?

«Mio padre Giuseppe (60 anni, lavora in una pescheria a Torre Annunziata, ndr). Ha sempre pensato che potessi diventare un calciatore. Da bambino mi portava a vedere le partite del Savoia. Sono ancora tifosissimo, ricordo la nostra promozione in B. I miei idoli? Califano, Ghirardello e Masitto».

Ci racconti la giornata tipo del Donnarumma quanto era bambino e viveva a Torre Annunziata con la sua famiglia.

«La mattina andavo a scuola. Ho frequentato le elementari vicino al vecchio Metropolitan, le medie alla Pascoli. E dopo la scuola c’era solo il calcio».

In che senso?

«In tutti i sensi. Le signore del quartiere strillavano contro me e i miei amici. Eravamo in otto. Ogni giorno giocavamo nella piazza vicino alla Basilica della Madonna della Neve. Il pallone faceva rumore. Fu proprio una signora del quartiere a regalarci allora una palla di carta. Giocavamo con quella. Finite le partite per strada, poi, continuavamo con la play-station».

A che età ha lasciato Torre Annunziata? E poi, si è trattata di una partenza dura, dolorosa?

«A 14 anni. Papà e mamma (la signora Assunta, casalinga, ndr) mi accompagnarono in auto fino a Catania. Mamma mi aveva preparato la borsa, ma piangeva. Io invece dovevo farmi forza, non potevo arrendermi. Ho ancora nostalgia di Torre. Ma dovevo partire per inseguire il mio sogno».

Cosa le manca di più di Torre Annunziata? Finita la carriera, pensa mai a un ritorno nella sua città?

«Mi manca il profumo del mare. Io e mia moglie (Luisa di 27 anni, ndr) abbiamo appena acquistato casa a Torre. Una volta finita la carriera tornerò con la famiglia nella mia città. Non riesco a immaginarne una diversa».

Qual è stato il momento più buio della tua vita?

«Quando a 16 anni, giocavo a Catania, i medici mi riscontrarono un problema alla cartilagine. Il ginocchio mi cedeva. Il professore Mariani allora mi operò, avvertendomi che forse avrei dovuto dire addio al calcio. Rimasi fermo un anno, dopo ricominciai. Avevo l’obbligo di non mollare».

E il momento più buio della sua carriera?«Nel 2013 al Cittadella. Ero arrivato in B dopo mille sacrifici, ma quasi subito mi infortunai al tendine. Restai 4 mesi fuori».La svolta?«L’anno dopo, in Lega Pro, a Teramo. Segnai più di 20 gol. Quel campionato mi diede autostima e coraggio».

L’attuale sogno di Alfredo Donnarumma?

«Salvarmi con il Brescia, poi arrivare in doppia cifra anche in A. Infine la Nazionale di Mancini».

Si sente pronto per una chiamata del commissario tecnico?

«Dovrà dirlo soltanto il campo. Ma se arrivasse, credetemi, sfrutterei questa chance più che al massimo».

Balotelli visto da vicino. Com’è davvero? Teme la sua concorrenza?

«Lui scherza, ti fa ridere, è un giocherellone. Concorrenza? La presenza di Balo in squadra è per me uno stimolo a fare ancora meglio e sicuramente ci porta qualità».

Qual è il suo messaggio ai ragazzini di Torre che sognano il successo?

«Devono lavorare e sacrificarsi. Da noi, per strada, non esiste solo la camorra. Abbassarsi ai suoi ricatti a volte rappresenta un alibi. Ai giovani torresi dico di non farsi trascinare in cose losche e negative. Piuttosto di lavorare sodo per il futuro. Le opportunità di riscatto vanno costruite giorno dopo giorno. Non scendono dal cielo».

Salvatore Piro

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