Ciro Formisano

Alleanza per la droga. Condanne definitive, 150 anni di cella ai narcos

Ciro Formisano,  

Alleanza per la droga. Condanne definitive, 150 anni di cella ai narcos

TORRE DEL GRECO – A circa un anno e mezzo dalla sentenza di secondo grado emessa dalla Corte d’Appello di Napoli arriva l’ultima stangata per la santa alleanza della droga all’ombra del Vesuvio. La Suprema Corte di Cassazione, mercoledì sera, ha praticamente confermato tutte le condanne incassate dai 20 imputati coinvolti nel maxi-blitz innescato dalle indagini imbastite dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. In tutto circa un secolo e mezzo di reclusione distribuiti a boss, narcos, spacciatori e fiancheggiatori di quell’organizzazione criminale specializzata nell’import-export di sostanze stupefacenti. Una holding che avrebbe fatto affari e arricchito le casse dei clan Falanga e Papale, le due principali organizzazioni criminali attive a Torre del Greco.

L’inchiesta

L’indagine, costruita anche attorno ai racconti di diversi collaboratori di giustizia, ha portato i pm dell’Antimafia e i carabinieri della caserma “Dante Iovino” sulle tracce di una vera e propria associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, alle estorsioni e alla detenzione di armi. Un’indagine che ha consentito di ridefinire la mappa dello spaccio all’ombra del Vesuvio. Per gli inquirenti i Falanga e i Papale avrebbero creato legami con organizzazioni dell’hinterland napoletano per l’acquisto degli stupefacenti da rivendere nelle piazze di spaccio del territorio di competenza. La figura chiave del processo è Maurizio Garofalo, alias ‘o pulliere, ritenuto il re dei narcos e considerato un elemento di vertice della cosca fondata dal padrino Giuseppe Falanga, al secolo “peppe ‘o struscio”. Sarebbe stato Garofalo l’uomo che avrebbe gestito, in prima persona, l’affare spaccio. Ma tra gli imputati figurano altri personaggi importanti della nomenclatura criminale. A cominciare da Luigi Papale, indiscusso capoclan della colonia della cosca di origini siciliane con base nel fortino in via Fontana. E ancora Domenico Gaudino, alias “uallarella”, e il pentito Giuseppe Pellegrino, ex soldato della cosca di giù a mare le cui dichiarazioni hanno rappresentato un punto di partenza importante per i magistrati della Dda. Tra l’altro i racconti del pentito sono finiti anche al centro dell’ultima inchiesta sul patto tra camorra, politica e colletti bianchi per consentire alle due cosche di mettere le mani sugli appalti pubblici a Torre del Greco.

Il processo

In primo grado è arrivata una maxi-stangata. In tutto quasi due secoli di reclusione. Con la pena più dura inflitta proprio a Maurizio Garofalo (24 anni di reclusione). Mentre ha incassato 10 anni di cella il boss Luigi Papale, l’altro personaggio di spicco che avrebbe “promosso” la nascita della “santa alleanza” per inondare di hashish e cocaina le piazze di spaccio di Ercolano e Torre del Greco. A luglio dello scorso anno l’ennesimo colpo di scena. In Appello vengono ridotte le condanne e vengono anche assolti alcuni personaggi “marginali” e per alcuni cade l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, come il figlio di Maurizio Garofalo, Antonio, difeso dall’avvocato Gennaro Ausiello. Ma le fondamenta del castello di accuse eretto dall’Antimafia regge. Garofalo, noto anche come il “king of narcos”, incassa 20 anni di reclusione, in continuazione con altre sentenze. Nel resto però le condanne vengono confermate. Nelle scorse ore l’ultimo braccio di ferro davanti alla Cassazione. I giudici, dopo aver analizzato la marea di ricorsi presentati dai legali degli imputati hanno deciso di confermare totalmente il verdetto della Corte d’Appello di Napoli. Solo per due imputati – Paolo e Raffaele Magliulo – la sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d’Appello di Napoli per rideterminare la pena. Quasi tutti gli imputati coinvolti nel processo sono già in carcere da quando è stata eseguita l’ordinanza di custodia cautelare nell’estate di tre anni fa. Una sentenza che allunga l’ormai infinito bilancio delle condanne incassate dai clan che per anni hanno dettato legge in città. Cosche oggi decimate dalla marea di arresti e processi che hanno di fatto decapitato le principali organizzazioni criminali attive sul territorio.

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