Giovanna Salvati

Ricchi, potenti e spietati «I Tamarisco volevano sterminare i loro nemici»

Giovanna Salvati,  

Ricchi, potenti e spietati «I Tamarisco volevano sterminare i loro nemici»

TORRE ANNUNZIATA – «Lavorare per i Tamarisco non era semplice, non lo è mai stato. Io mi sono sempre comportato in modo corretto ma con loro non si scherza». La voce che rimbalza nelle aule del tribunale di Napoli è quella di Alessandro Montella. Un narcos pentito. Uno dei collaboratori di giustizia che hanno incastrato Francesco Tamarisco, il narcotrafficante dei Nardiello, accusato di essere il mandante dell’omicidio di Matilde Sorrentino, la mamma coraggio di Torre Annunziata trucidata sull’uscio di casa nel 2004. Matilde per Tamarisco era una donna da eliminare. Perché aveva avuto il coraggio di denunciare chi aveva stuprato suo figlio, chi aveva osato violentare il suo bambino ed altri piccoli che ogni giorno, nella loro scuola, erano costretti a subire soprusi.

Le “bestie” del rione li incatenavano e drogavano per abusare di loro. Le mani luride degli orchi che in una città senza leggi hanno distrutto vite, macchiato l’infanzia di chi ancora oggi ricorda quegli orrori e ne porta dentro le ferite. Matilde aveva osato mettersi contro quella famiglia. Aveva denunciato tutto e si era trascinata dietro altre madri che però, a distanza di anni, oggi si celano dietro mille «non ricordo». Farneticano, si nascondono dietro gli occhi bassi nelle aule del tribunale. Perché l’omertà e la paura, nel tempo, sono diventati più forti della voglia di giustizia, di vendetta. Anche perché poi il processo ai presunti stupratori si è chiuso con una raffica di assoluzioni. Lo stesso Tamarisco, dopo una condanna in primo grado, è uscito pulito da quella storia. Ma se quelle madri che avrebbero dovuto difendere ancora oggi i loro bambini hanno perso la memoria, il narcos pentito, ex collaboratore dei Tamarisco, ricorda bene i fatti. Non ha paura di collaborare.

Dal 2010 è diventato una gola profonda importante per l’Antimafia. Un pentito che sta svelando ai magistrati della Dda di Napoli tutti i segreti delle cosche più pericolose, ricche e potenti della provincia di Napoli. E tra queste ci sono anche i Tamarisco e il loro impero costruito grazie ai soldi della droga. Un tesoro edificato con i “panetti” di cocaina arrivati dalla Spagna e dall’Olanda. Un traffico di stupefacenti enorme. Una fabbrica di morte di cui quel pentito, Montella, era un collaudato ingranaggio. Ed è proprio in quegli anni che diventa collaboratore e uomo fidato di Francesco Tamarisco. E’ in quel periodo che viene a sapere ciò che poi ha raccontato dell’omicidio di mamma Matilde. Montella conosce le dinamiche e i retroscena di quel massacro cruento. Lo racconta in aula e tra i suoi racconti spunta fuori anche uno scenario agghiacciante. Lo vomita al pubblico ministero, oggi procuratore capo a Torre Annunziata, Pierpaolo Filippelli, che anche sui suoi racconti ha edificato il castello accusatorio nei confronti di Francesco Tamarisco. Montella ha raccontato di quanto fosse stato «schifoso l’omicidio di mamma coraggio, Alfredo Gallo ha fatto una cosa schifosa». Ma poi racconta di quelle paura di finire sotto una pioggia di piombo, la stessa che travolse Matilde. «Negli anni in cui lavoravo con Tamarisco – dice in aula Montella – ho sempre cercato di essere corretto. I contatti con i clan erano ben definiti. Non avevo rapporti con i Cavalieri ma con i Gionta. Ma ricordo ancora le parole di Tamarisco che voleva che girassi armato, armato fino ai denti».

Il presunto mandante dell’omicidio di mamma coraggio sapeva di essere in guerra. L’affare legato alla gestione dello spaccio, in quegli anni, valeva milioni di euro. Una montagna di quattrini. Anche per questo i Tamarisco volevano che i loro fedelissimi fossero armati, pronti ad uccidere. Non dovevano essere colti impreparati. «Se stavamo in mezzo alla strada non potevamo permetterci di stare senza una pistola – continua Montella – e io all’epoca devo ammettere che avevo molta paura. Bernardo Tamarisco subì un agguato, stava con il fratello in moto e fu sparato. Ancora oggi è paralizzato sulla sedia a rotelle, questo temevo anche io». La paura di morire, la paura di finire sotto una pioggia di piombo. Un timore che inevitabilmente rendeva impotente e debole anche un narcos navigato come Montella.

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