Castellammare. Camorra e funerali, il pm vuole il processo per la famiglia Cesarano

Redazione,  

Castellammare. Camorra e funerali, il pm vuole il processo per la famiglia Cesarano

CASTELLAMMARE DI STABIA – L’Antimafia chiede il processo per i re delle pompe funebri. E i Cesarano, la dinastia di imprenditori con base a Castelammare di Stabia e interessi anche nell’area Nord di Napoli, rischiano di finire tutti alla sbarra. A marzo, su richiesta del sostituto procuratore della Dda, Maria Di Mauro – il pm che ha coordinato le indagini – si terrà l’udienza preliminare a carico dei sei soggetti coinvolti nell’inchiesta che a fine ottobre ha portato all’esecuzione di un provvedimento di custodia cautelare. Davanti al gup ci sarà il braccio di ferro tra accusa e difesa in merito ai presunti rapporti tra la ditta ed esponenti della criminalità organizzata stabiese. Una svolta che arriva, come detto, a poco meno di tre mesi dal provvedimento eseguito dai carabinieri di Torre Annunziata e firmato dal gip Paola Cervo del tribunale di Napoli.

Nel mirino sei indagati accusati, a vario titolo, di concorso nel trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante dell’aver commesso il fatto per agevolare il raggiungimento delle finalità illecite dell’associazione di tipo mafioso denominata clan D’Alessandro, nonché avvalendosi della forza intimidatrice di questa organizzazione. L’inchiesta Secondo il teorema degli inquirenti gli imprenditori, in cambio del supporto logistico e finanziario alla cosca di Scanzano, avrebbero ottenuto il monopolio assoluto dei funerali sul territorio di competenza del clan. Un’indagine che rientra nel solco del filone aperto dall’Antimafia sugli imprenditori “border line”: i colletti bianchi che a Castellammare e dintorni avrebbero conquistato ampie fette di mercato, arrivando a gestire, senza concorrenza, interi settori imprenditoriali grazie al “sostegno” interessato della camorra. Sempre secondo quanto emerso dalle indagini, i Cesarano avrebbero anche realizzato una serie di operazioni fittizie finalizzate al trasferimento di quote tra varie società, con l’obiettivo di continuare a mantenere il controllo del business dei funerali ed evitare le intredittive Antimafia. Il protagonista dell’indagine è Alfonso Cesarano, sessantuno anni, che è finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata. Con lui sono finiti sotto inchiesta anche i fratelli Giulio, i cugini Alfonso e Giulio Cesarano, il nipote Catello Cesarano e Michele Cioffi (tutti finiti ai domiciliari e tutti scarcerati, qualche settimana dopo, dal tribunale del Riesame di Napoli). Nel corso dell’operazione sono state sottoposte a sequestro preventivo le quote societarie ed i beni aziendali e strumentali delle due società operanti nel settore dei servizi funebri e cimiteriali per un valore totale che si stima in pari a 7,5 milioni di euro. Al centro del provvedimento cautelare ci sono anche i racconti di alcuni collaboratori di giustizia un tempo vicini al sodalizio fondato dal padrino defunto Michele D’Alessandro. Come Raffaele Polito, Salvatore Belviso e Renato Cavaliere, quest’ultimo killer del consigliere comunale Gino Tommasino.

Pentiti che hanno raccontato, appunto,dei rapporti tra i D’Alessandro e il principale indagato, che negli anni avrebbe garantito alla cosca soldi, assunzioni e anche supporto logistico, in quanto all’interno del suo hotel avrebbero alloggiato gli affiliati e spesso si svolgevano i summit. Una disponibilità che secondo Salvatore Belviso garantiva ad Alfonso Cesarano di poter operare in regime di monopolio nel settore dei servizi cimiteriali a Castellammare. Ricostruzione già contestata, davanti al Riesame, dal collegio difensivo che ha battuto soprattutto sulla presunta assenza – secondo gli avvocati – di elementi oggettivi a riscontro delle dichiarazioni dei pentiti.

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