Tiziano Valle

Il killer Rapicano è pentito: i suoi sotto protezione. Tremano i clan a Castellammare

Tiziano Valle,  

Il killer Rapicano è pentito: i suoi sotto protezione. Tremano i clan a Castellammare

Una decina di auto in fila bloccano il rione Capo Rivo, quartiere del centro antico di Castellammare di Stabia. Dalla palazzina più volte controllata nell’ambito delle operazioni antidroga scendono uno alla volta i familiari di Pasquale Rapicano, il killer considerato dagli investigatori un soldato del clan D’Alessandro e condannato all’ergastolo in secondo grado per l’omicidio di Pasquale Scelzo, del luglio 2006.I familiari di Rapicano salgono uno ad uno nelle auto civetta delle forze dell’ordine e a controllare le operazioni ci sono decine di militari. Una scena che per chi è cresciuto in quelle stradine del centro antico di Castellammare di Stabia, dove spesso le sirene hanno annunciato brillanti operazioni contro le organizzazioni criminali, significa una cosa sola: «Pasquale Rapicano ha deciso di collaborare con la giustizia». Una scelta che ha fatto scattare il trasferimento in località protetta dei familiari del killer. Una partenza che è andata in scena sotto gli occhi dei residenti del quartiere, che hanno visto i parenti di Rapicano salutarsi appena scesi dalle loro abitazioni e poi salire ognuno in un’auto diversa. Un’operazione che si è conclusa in pochissimi minuti anche con qualche urlo per richiamare una ragazzina che si stava attardando.Già da qualche ora i parenti che hanno aderito al programma di protezione sono al sicuro, lontano da Castellammare. Mentre Pasquale Rapicano ha già cominciato a riempire i primi verbali davanti ai magistrati dell’Antimafia. Una svolta importante per la Dda che lotta contro i clan che fanno affari con le estorsioni, il traffico di sostanze stupefacenti, inquinando l’economia reale di una città in ginocchio. E uccidendo chi prova a mettere i bastoni tra le ruote.Pasquale Rapicano, alias Lino ‘o capone, è considerato un soldato del clan D’Alessandro, uno di quelli che si è sporcato le mani di sangue come nel caso dell’omicidio di Pietro Scelzo. Per questo motivo, dalla sua volontà di collaborare con la giustizia, l’Antimafia spera di tirare fuori molto altro e soprattutto risolvere alcuni delitti eccellenti per i quali ci sono ancora indagini in corso.La scelta del killer di collaborare con la giustizia è arrivata dopo la sentenza all’ergastolo incassata in Appello, il 28 novembre scorso, per l’omicidio di Pietro Scelzo. Nonostante la condanna, Rapicano è rimasto indagato a piede libero, fino a lunedì scorso, quando i carabinieri della compagnia di Castellammare di Stabia lo sorpresero a girare armato per le strade del centro antico. Il killer aveva addosso una pistola calibro 9 non dichiarata con il caricatore inserito. Un’arma pronta a sparare. I militari, subito dopo averlo fermato, decisero di perquisire anche la sua abitazione e trovarono altre due pistole. A quel punto scattò l’arresto per Pasquale Rapicano e forse è proprio in quel momento che il killer ha maturato la decisione di cominciare a collaborare con la giustizia.Adesso avrà 180 giorni di tempo per rivelare tutto ciò che sa, per fare nomi e cognomi di personaggi affiliati ai clan di camorra che controllano gli affari illeciti a Castellammare di Stabia e dei loro fiancheggiatori. Soprattutto di far cadere i veli su quegli omicidi irrisolti e raccontare la verità sul delitto di Pietro Scelzo. Fino alla sentenza all’ergastolo Rapicano s’è sempre professato innocente. Ma qualora confermasse – come hanno detto i giudici – che è stato lui a sparare, dovrà anche chiarire chi ordinò quell’omicidio. Una storia che rientrerebbe – così ha sempre sostenuto l’accusa – nell’ambito della guerra per l’affare dello spaccio nel centro antico di Castellammare di Stabia. Rapicano viene arrestato poco dopo il massacro assieme a Vincenzo Guerriero, alias Enzo ‘o cane, ex ras dei D’Alessandro. Per i giudici sono loro gli assassini che hanno ucciso, con undici colpi di pistola, Pietro Scelzo in vico Licerta. Gli indizi chiave sono riconducibili a due dettagli: le intercettazioni telefoniche, nelle quali è stato citato il soprannome di Rapicano, noto come Lino ‘o capone, e la testimonianza resa da un ragazzo disabile che aveva raccontato di aver visto l’imputato sul luogo del delitto. E poi ancora le conversazioni captate dalle microspie installate sul terrazzo di Guerriero. In primo grado, Rapicano e Guerriero, vengono entrambi condannati all’ergastolo. Ma nel 2008, durante il processo d’Appello, la svolta. Rapicano viene assolto con formula piena. Un verdetto che si regge su una serie di perizie foniche che avrebbero indicato come «poco chiara» l’individuazione dell’imputato nelle intercettazioni. Sembra finita qui. Ma il procuratore generale non è convinto dalle motivazioni e presenta ricorso in Cassazione. I giudici ribaltano la sentenza, disponendo l’annullamento e il rinvio a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello. Il processo ricomincia da capo. Alla sbarra però c’è solo un imputato. Guerriero non può essere processato. E’ morto suicida in carcere a Benevento nel 2017. Al centro del processo-bis ci sono le rivelazioni inedite di alcuni collaboratori di giustizia che tirano in ballo, oltre a Rapicano, anche altri due soggetti che sono indagati a piede libero per concorso in omicidio. A fine novembre il verdetto. Rapicano viene condannato all’ergastolo ma resta a piede libero. Fino a lunedì scorso quando è stato arrestato per porto e detenzione abusiva di armi. Un fermo che forse ha segnato la fine della sua carriera criminale e l’inizio di un nuovo percorso da collaboratore di giustizia.

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