Teresa Palmese

Virus cinese, è psicosi. Parla l’infettivologo: «Meno violento della Sars»

Teresa Palmese,  

Virus cinese, è psicosi. Parla l’infettivologo: «Meno violento della Sars»

Oltre seicento casi registrati, ventisette vittime accertate e almeno tre città isolate, tra aeroporti e stazioni sbarrate. Il virus cinese che è arrivato pure a uccidere tiene ormai in allerta il mondo intero tra protocolli di sicurezza, con mascherine e cordone sanitario, e il boom di controlli effettuati con lo scanner che rileva la temperatura corporea per intercettare immediatamente casi sospetti. Un clima di terrore che ha provocato persino la cancellazione di Capodanno tra Pechino e Macao. La trasmissione del coronavirus individuato per la prima volta a Wuhan, nel sud-est della Cina, a dicembre, ha ormai generato paura. Il rischio di un contagio ha travolto anche le popolazioni dei paesi europei, nonostante il virus si partito direttamente dai paesi asiatici, nel famoso mercato di Wuhan, dove s’è generata l’epidemia. Al momento l’unica informazione certa sul virus 2019-nCoV comparso nella città cinese di Whuan è che si tratta di un figlio del progenitore della Sars, la malattia che fra il 2002 e il 2003 aveva spaventato il mondo. «Non ha la stessa violenza di quel virus», precisa subito Francesco Saverio Faella, infettivologo, Primario Emerito dell’Ospedale Cotugno di Napoli.

Dottore, cos’è il coronavirus?

«Il coronavirus appartiene al gruppo di virus a Rna, riconducibile alla Sars del 2003. E’ un virus che sembra, dalle poche notizie che abbiamo, peraltro frammentarie, capace di provocare polmoniti e insufficienza respiratoria, fino alla morte. Sono già stati accertati 600 casi e 27 vittime che, a mio avviso, resta un numero moderato. Anche se naturalmente ci saranno molti altri casi non ancora denunciati o che magari si sono manifestati in maniera lieve»

C’è da preoccuparsi?

«Non ha la violenza della Sars del 2003 che provocò senza dubbio un numero di morti maggiori. Sicuramente, stavolta, c’è stata una maggiore collaborazione dalla Cina».

In che senso?

«La Cina, in quella occasione, tenne nascoste le informazioni e solo quando il virus s’era già largamente diffuso ne fu dato l’annuncio. Ripeto, c’è stata una maggiore collaborazione dalla Cina, che ha diffuso immediatamente le informazioni. Così c’è stata subito una mobilitazione del mondo, a partire dai grandi centri di controllo in America e in Europa».

C’è il rischio di un’epidemia che colpisca anche i paesi europei?

«Al momento è da escludere, ma di certo parlare di pandemia, che è diverso dall’epidemia, è prematuro. Di certo bisogna prepararsi a un eventuale allarme e stare attenti che l’epidemia non si trasformi in pandemia, interessando tutto il mondo. Parliamo comunque di un virus che si trasmette in maniera diretta, per via aerea attraverso la tosse e uno starnuto, per cui la diffusione è certamente più alta rispetto a una malattia che si trasmette tramite batteri delle feci».

Una volta avvenuto il contagio, ecco, come bisogna agire?

«Indubbiamente parliamo di una malattia che non può essere neutralizzata con un antibiotico, per cui è necessario immediatamente procedere con l’isolamento. Insomma, come avveniva d’altronde già a Venezia nei casi di epidemia di peste. E’ sicuramente uno dei metodi più efficaci per individuare dei casi sospetti, naturalmente i controlli devono essere più stretti tra chi arriva dalla città di Wuhan. Tant’è che il sindaco della città cinese, tutte a densità di popolazione molto alta, ha già bloccato l’uscita e gli ingressi dei visitatori».

Dottore, qual è il motivo del proliferare di questi virus quasi sempre provenienti dall’Asia?

«Al di là della densità di popolazione molto elevata, tra le cause c’è sicuramente un eccesso di promiscuità nei mercati,uno stretto contatto tra gli animali ed esseri umani. Parliamo di malattie zoonosi che possono essere trasmesse dagli animali all’uomo. Virus che si trasformano e si adattano fino a passare da uomo a uomo».

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