Mario Memoli

Imprenditore suicida, avvocato condannato per truffa

Mario Memoli,  

Imprenditore suicida, avvocato condannato per truffa

Prende i soldi per tutelare una famiglia ma quel denaro finisce nelle sue tasche. Condannato ad un anno ed otto mesi per truffa, appropriazione indebita ed infedele patrocinio un avvocato del foro di Nocera Inferiore che non avrebbe difeso gli interessi di un imprenditore (suo cliente) la cui azienda attraversava un momento molto difficile e poi quelli degli eredi che, essendo all’oscuro della difficile condizione finanziaria in cui versava il familiare, si sono fidati del medesimo avvocato.

Una condotta, quella del professionista condannato in primo grado (con pena sospesa), che ha portato alla perdita della casa di famiglia andata all’asta. Il giudice monocratico Santoriello ha anche riconosciuto il danno alle parti civili – la moglie e i tre figli dell’imprenditore morto suicida. Dopo il decesso dell’uomo, che si tolse la vita nell’aprile 2010 caduto in depressione per la crisi economica che lo aveva colpito, gli eredi scoprirono resistenza di una procedura di esecuzione immobiliare sulla casa di famiglia ubicata a Cava de’ Tirreni e diedero mandato all’avvocato (di cui si fidavano) di procedere ad una trattativa con la banca e sospendere in questo modo l’esecuzione.

In realtà, secondo le accuse, la somma di circa 16mila euro che fu consegnata all’avvocato affinché la versasse alla banca creditrice e perfezionasse la transazione, sarebbe finita sul conto corrente dell’avvocato, con la conseguenza che l’istituto di credito è andato avanti fino a ottenere la messa all’asta dell’appartamento. Tutto era nato da una procedura fallimentare del 2008 a carico di un’azienda il cui gestore era appunto il capofamiglia ma, dopo la morte di quest’ultimo, gli eredi vennero a conoscenza dei gravi problemi economici (un debito con la banca garantito dall’immobile): nel marzo del 2011, quindi, anticiparono all’avvocato 1700 euro (finiti per l’accusa nelle tasche del professionista) per avviare una pratica di finanziamento per tamponare il debito per poi giungere all’accordo transattivo con la banca  (l’istituto che aveva promosso la procedura di fallimento) e quindi alla consegna al legale dei tre assegni circolari (per la somma complessiva di 15.793 euro) che dovevano servire a definire l’accordo. Solo dopo, secondo quanto ricostruito dalla Procura, gli eredi hanno scoperto che questi soldi non erano mai stati versati alla banca e che per questo la loro casa era andata all’asta (dicembre 2010), nonostante le rassicurazioni del legale secondo il quale tutto si sarebbe risolto.

Ci sarebbero anche telefonate con le quali l’avvocato rassicurava i clienti invitandoli a non preoccuparsi. Ma secondo la ricostruzione della procura accolta dal giudice di primo grado, era diversa e ancor oggi la famiglia vive in alcuni locali che la Curia metelliana ha messo loro a disposizione avendo perso la casa.

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