Sono un numero. Ma non voglio morire…

Redazione,  

Sono un numero. Ma non voglio morire…

Sono il numero 13099. Sì, un numero, non un nome, non un’identità, non una persona. Ricordo i giorni felici, spensierati della mia vita di prima. Mi mancano tanto. Ricordo tante cose della mia infanzia e della mia adolescenza che, tutto sommato, non erano male ma che ora mi appaiono splendide. Ricordo il giorno in cui mi innamorai di mia moglie: era seduta di fronte a me in un parco, su una panchina di legno un po’ scheggiata. Era così bella, semplice, pura, e ben presto divenne la ragione della mia esistenza. Passarono molte settimane da quella visione ma, quando la rividi, era proprio come la ricordavo. Bella, semplice, pura. Quella volta, però, non mi limitai a guardarla; raccolsi tutto il coraggio che avevo e andai a salutarla. Col tempo avevo capito che era seduta lì, su quella panchina, tutti i pomeriggi al tramonto. Le portavo ogni giorno un fiore diverso e lei si limitava a sorridermi.

Un giorno, però, dopo averle portato una margherita mi sorrise e disse: ‘Le margherite mi piacciono molto’. Aveva una voce angelica, soave… peccato che io ora quasi non la ricordi più. È passato così tanto tempo dall’ultima volta che l’ho vista che il suo ricordo sta svanendo e tutto sta diventando un’agonia. Non voglio dimenticarla, non posso dimenticarla! Sopravvivo in questo luogo restando aggrappato ai ricordi. Sono passati settecento giorni da quando sono entrato qui, in questo inferno del campo; settecento lineette incise su un muro, in basso, senza che nessuno le veda. Tutto per non perdere anche il controllo del tempo: é l’unica cosa che posso ancora gestire; ho già perso il mio nome, la mia identità, la mia persona. Qui non decidiamo nulla, non siamo nulla, solo una razza non gradita, una razza da eliminare. Abbiamo una sola colpa: essere nati. La libertà possiamo solo sognarla, immaginarla, ricordarla.

Tantissime sono le notti insonni, nonostante la fatica delle mie giornate, che al sorgere del sole portano via decine e decine di uomini che nessuno vedrà mai più. Perché, mi chiedo, perché uomini come me sono capaci di tanto male? Intorno a me osservo solo disperazione, rassegnazione, volti stremati dalla fame e dal freddo, clavicole e anche sporgenti, petti carenati, spalle ricurve, ginocchia tremanti, gambe scheletriche, corpi consumati di persone (posso ancora chiamare persone questi fantasmi orribili nei quali mi specchio e indovino il mio stesso aspetto?) che sperano di morire pur di porre fine allo strazio. Ma sai, lettore che forse non esisti, che forse mai troverai questo foglio, nonostante tutto, nonostante l’odio, la violenza, la disumanità, io non voglio morire! Voglio tornare da mia moglie, voglio tornare alla mia vita, voglio tornare alla mia libertà… Sono il numero 13099. E questo numero lo porterò inciso non solo sul braccio ma nel cuore. Per sempre.

Marika Gallo

Liceo Pitagora-Croce – Torre Annunziata

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