Castellammare di Stabia. I prestanome della camorra. Caccia ai soci dei Cesarano

Giovanna Salvati,  

Castellammare di Stabia. I prestanome della camorra. Caccia ai soci dei Cesarano

Prima erano i boss a “esporsi” in prima persona. Attribuendo a se stessi o ai loro più stretti familiari la titolarità di aziende, beni, conti correnti, partecipazioni societarie. La camorra che si mostra alla luce del sole senza ritegno, quasi a voler manifestare la sua grandezza. La stessa camorra che oggi naviga sott’acqua. I boss e i loro parenti sono nullatenenti che magari incassano pure qualche ammortizzatore sociale.

Ai loro piedi, però, c’è una rete di imprenditori-soci, figure border line, prestanome e facilitatori. Un universo criminale sommerso che consente alla criminalità organizzata di riciclare le montagne di denaro messe insieme grazie alle estorsioni e ai passaggi di mano di droga. Eccola la “metamorfosi” del clan Cesarano. La nuova faccia di quella cosca ricchissima e potente fondata dal boss della Nuova Famiglia, Ferdinando Cesarano, fido scudiero dell’ex padrino pentito Carmine Alfieri. Un cambio di rotta che ha spinto i pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ad accendere i riflettori su quel “mondo di mezzo” che continua ad arricchire – ancora oggi – le casse della cosca. In questi ultimi anni numerose inchieste hanno fatto luce sugli affari del clan di Ponte Persica, consentendo agli inquirenti di smantellare la cupola guidata dall’ultimo padrino, Luigi Di Martino, alias ‘o profeta. Indagini sull’affare racket che però hanno lambito anche i rapporti tra alcuni esponenti del clan e insospettabili personaggi che avrebbero fornito informazioni su lavori e appalti. O addirittura imprenditori collusi. Un quadro delle vecchie e nuove dinamiche interne all’organizzazione è racchiuso nelle pagine dell’inchiesta “Isaia”, il blitz che qualche mese fa ha portato all’arresto di una ventina di persone, tra cui proprio Luigi Di Martino, il boss che da settembre si trova al carcere duro nel penitenziario di Milano.

Per gli inquirenti il clan – negli ultimi 20 anni – avrebbe mantenuto immutati i suoi schemi e i suoi affari, facendo leva su una vera e propria fabbrica del crimine. Un’azienda – scrivono i giudici – capace di sfornare «nuove classi dirigenti, nuovi quadri, nuova manovalanza». Un clan potente che poco ha a che vedere con gli schemi classici della camorra moderna. Una cosca che negli ultimi decenni non ha prodotto nemmeno un collaboratore di giustizia. Un dato, questo, che associato alla paura di denunciare da parte delle vittime, «dimostra l’esistenza del sodalizio e la sua potenza intimidatoria». Nelle carte di quell’indagine, che cita molti passaggi di altre inchieste recenti che hanno colpito il clan, si parla però anche delle nuove dinamiche imprenditoriali dei boss. La cosca – secondo gli inquirenti – è riuscita a inquinare ampie fette di mercato. Come? Usando insospettabili imprenditori ai quali viene aperta la strada nei settori di competenza grazie alle intimidazioni. Poi, al momento giusto, arrivano gli esattori a battere cassa, pretendendo percentuali fisse. O ancora arrivando a sfruttare dei prestanome per coprire i propri interessi. «Un controllo più sofisticato – scrivono i magistrati – per evitare l’imputazione diretta ai componenti del clan» senza, però, «diminuire il guadagno».In questi anni sono state diverse le attività commerciali sequestrate dalla Dda perché ritenute patrimonio del clan.   Ma la sensazione, leggendo tra le righe delle inchieste, è che la caccia ai soldi dei boss di Ponte Persica sia appena cominciata.

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