Scavi di Pompei, è psicosi coronavirus. Cacciato turista cinese

Salvatore Piro,  

Scavi di Pompei, è psicosi coronavirus. Cacciato turista cinese

E’ psicosi coronavirus a Pompei. Dove si registra il primo episodio di intolleranza nei confronti di un turista cinese che, due giorni fa, era in visita agli Scavi. Il “viaggio” di Metropolis per descrivere la paura del contagio fa tappa nella città che, ogni anno, ospita milioni di turisti provenienti dalla Cina. E’ un viaggio breve. Si snoda lungo i due varchi principali di Porta Marina e di Piazza Esedra. Viaggio breve, si diceva. Ma lampante. Perché l’impressione è immediata: a Pompei è ormai scoppiata la psicosi. Lo si nota dalle prime mascherine protettive indossate dai cinesi in visita. Poi dalle proteste del personale addetto agli Scavi. “Siamo terrorizzate” raccontano due donne che distribuiscono audio-guide multilingua agli ingressi di Porta Marina. E’ allarme contagio pure alla biglietteria. Qui la psicosi da coronavirus diventa denuncia. A finire sotto accusa sono i vertici della Soprintendenza: “Alcuni cinesi indossano le mascherine, noi no. Abbiamo paura. Siamo esposte a una possibile infezione. Dalla Soprintendenza” svelano altre due lavoratrici, entrambe addette ai ticket per gli Scavi di Pompei “non è arrivata alcuna direttiva. Siamo impreparate. Sembra di rivivere l’allarme Sars”. In effetti, all’ingresso degli Scavi tutto scorre come da copione. Nessun avviso ufficiale, la minima ombra di informazioni per un personale, evidentemente, disarmato, incredulo. Nervoso. Il viaggio di Metropolis prosegue. Poche centinaia di metri e, a piedi, si arriva a Piazza Esedra. La psicosi da contagio qui ha lasciato spazio all’intolleranza. “Domenica, un turista cinese si era seduto fuori al gabbiotto per le guide turistiche. Una guida, era anziana, credo avesse sulla settantina, lo ha cacciato immediatamente via senza motivo. E’ stato brutto, si è sfiorato il razzismo. Sì, la paura esiste” rivela un testimone oculare. Che preferisce però serbare l’anonimato, dopo aver assistito, due giorni fa, al primo episodio di intolleranza verificatosi a Pompei. E’ il terzo in Italia. Una baby gang di adolescenti ha già seguito, insultato e sputato contro una coppia di turisti cinesi a Venezia. “Allontaniamoci che portano la Sars” è stato invece il commento diretto, nella città di Torino, a una famiglia di cinesi, che inoltre vive in Italia da decenni. E tutto nonostante gli appelli rivolti anche all’Ansa da Lucia King, portavoce della comunità cinese di Roma: “Il virus può colpire tutti, non solo i cinesi. Non c’entra nulla con la razza delle persone”. Pompei, per fortuna, durante il viaggio affrontato da Metropolis rivela pure un’altra faccia. Quella, a esempio, di Elvira Amitrano, che lavora da 41 anni come guida agli Scavi. “Il paragone con la Sars non regge” taglia corto “perchè questa volta il governo cinese non ha nascosto la verità, agendo in maniera rapida e trasparente. No, io non ho paura. Nessuna psicosi. Proprio ieri ho lavorato con un gruppo di turisti cinesi”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Antonio Campanelli, un collega di Elvira. “Poveri cinesi, li stanno massacrando. Sono atteggiamenti estremi, inutili ed eccessivi. Questa volta, infatti, la Cina ha avvertito il mondo”. Nel frattempo  il coronavirus continua a uccidere: sono almeno 81 le vittime registrate, tutte in Cina. Il conto delle persone infette è salito a 2744, di cui oltre 1400 nella sola zona di Wuhan, epicentro dell’epidemia. Ieri intanto, in audizione nella commissione Affari sociali della Camera, il ministro della Salute Roberto Speranza ha dichiarato: “Ritengo sia possibile, probabile addirittura, che l’Oms prenda la decisione non assunta nei giorni scorsi di dichiarare il nuovo coronavirus un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale”.

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