Omicidio Palumbo, il pentito di Torre Annunziata riapre il caso: «Lo uccisero i Gallo»

Ciro Formisano,  

Omicidio Palumbo, il pentito di Torre Annunziata riapre il caso: «Lo uccisero i Gallo»
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Nell’archivio dei delitti irrisolti legati alla guerra di camorra di Torre Annunziata c’è un “cold case” che potrebbe riaprirsi dopo sedici anni. Su quel fascicolo impolverato c’è il nome di un uomo importante. Si chiamava Matteo Palumbo, ma nei vicoli della città oplontina tutti lo conoscevano come “Zì Matteo”, un appellativo che nel gergo della camorra viene spesso attribuito ai boss. E non è un caso. Perché “Zi Matteo” è morto con appiccicata addosso l’etichetta del capoclan. Nel 2004, l’anno dell’omicidio, era ritenuto il principale referente del clan Gallo-Cavalieri, la cosca che da decenni contende il monopolio degli affari illeciti in città ai nemici giurati dei Gionta. Una leadership forte, forse anche troppo. Al punto da innescare una vera e propria faida interna all’organizzazione criminale fondata dal boss Pasquale ‘o bellillo. Una tesi, questa, già paventata dagli inquirenti all’indomani del massacro. Una ipotesi rimarcata, sedici anni dopo, dal pentito Michele Luppo, una delle principali gole profonde che hanno raccontato vita, morte e miracoli della cosca con base nel rione Penniniello. Una rivelazione arrivata a margine dell’ultima udienza del processo per l’omicidio di Matilde Sorrentino, la mamma coraggio di Torre Annunziata uccisa a marzo del 2004, per aver denunciato i pedofili che abusavano di suo figlio. Luppo, inserito dal pubblico ministero Pierpaolo Filippelli tra i testimoni dell’accusa contro l’unico imputato, il narcotrafficante Francesco Tamarisco, ha raccontato ai giudici i retroscena di quel delitto. Confidenze che gli sarebbero state fatte proprio da Matteo Palumbo, all’epoca, come detto, considerato un uomo di punta della cosca. Un dato, quest’ultimo, che potrebbe avere un peso anche nella valutazione delle dichiarazioni rese dal pentito. Sei mesi dopo l’omicidio di mamma coraggio, nell’inferno di Fortapasc si spara ancora. E’ l’11 settembre del 2004. Palumbo è in sella al suo scooter, un Honda Sh 150. Sta percorrendo via Nazionale, a due passi dal tribunale di Torre Annunziata. Indossa un casco argentato rinforzato e nella cintola dei pantaloni tiene nascosta una calibro 38. Sa di essere in pericolo, ma è già tardi. I killer lo raggiungono e gli sparano alle spalle in pieno giorno. La vittima cade dal motorino, prova a scappare a piedi. Ma i sicari non hanno pietà. Lo avvicinano e lo finiscono con un colpo alla testa, lasciandolo riverso in una pozza di sangue sul marciapiedi. Sul caso l’allora sostituto procurato della Direzione Distrettuale Antimafia, Filippo Beatrice, apre subito un’inchiesta. Le indagini si scontrano con l’omertà, il silenzio che ieri come oggi continua a rappresentare l’arma più pericolosa in mano alla camorra. Ma nonostante ciò gli investigatori e gli inquirenti riescono a mettere insieme i tasselli del mosaico. Arrivando a ipotizzare, appunto, che quell’omicidio non sia opera dei Gionta o delle altre cosche che vogliono conquistare nuovi spazi in città. Per la Dda la morte di Palumbo rappresenta il primo atto dell’epurazione interna al clan. “Zi Matteo” – secondo le prime ricostruzioni – avrebbe accentrato su di se il comando, tagliando fuori alcune fazioni interne all’organizzazione criminale. Uno “sgarro” che avrebbe prodotto quel delitto: un massacro programmato e deciso proprio nel covo del boss. La pensavano così i pm dell’Antimafia. Ma evidentemente, nel corso degli anni, non sono mai stati trovati riscontri oggettivi in grado di inchiodare sicari e mandanti. Una ipotesi ribadita, oggi a distanza di sedici anni e per la prima volta in un’aula di tribunale, da Michele Luppo. «Non so chi l’ha ucciso – il succo della deposizione resa in aula da Luppo – so solo che quel delitto fu realizzato dagli stessi Gallo. Era un personaggio scomodo Palumbo perché era l’uomo di maggior spessore criminale». Una breve dichiarazione che potrebbe però aprire scenari nuovi. Luppo, come emerso dal processo sull’omicidio Sorrentino, conosceva bene Palumbo e potrebbe aiutare gli inquirenti a ricostruire le dinamiche e le frizioni interne alla cosca in quegli anni. E un contributo chiave per riaprire quel “cold case” potrebbero fornirlo anche gli ex camorristi oggi pentiti che hanno partecipato a quella sanguinosa guerra di camorra.

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