Sfidò Pele e Riva. L’esempio di Olivieri, il sergente buono

Rocco Traisci,  

Sfidò Pele e Riva. L’esempio di Olivieri, il sergente buono

Nel calcio c’è qualcosa che redime. E non sono i piedi. La salvezza dello sport più democratico del mondo spunta fuori da qualsiasi angolo della terra e ha il viso di un ragazzino come tanti che corre verso il destino. Il 17 dicembre del 1961, a San Siro, la Spal di Ferrara sta lottando per la salvezza. Probabilmente è una domenica fredda perché siamo sotto Natale e, come dice Totò, a Milano non può fare caldo: “La nebbia c’è ma non si vede”. E’ l’ultima giornata di andata e l’allenatore Serafino Montanari immagina la gara contro il Milan di Nereo Rocco e Gipo Viani poco adatta ai calcoli, quindi bisogna giocarsela e perdere con dignità. L’asse verticale dei rossoneri – tanto per capire – è un pezzo di storia del calcio italiano: Cesare Maldini in difesa, Giovanni Trapattoni in mediana e l’oriundo Josè Altafini in attacco, capocannoniere a fine torneo. Per il diciottenne Gennaro Olivieri è la partita ideale per un esordio. Il patron Paolo Mazza lo pescò dalla Juve Stabia in quarta serie e dopo 15 partire tra panchina e tribuna pretese di vederlo finalmente in campo. L’unico modo per levargli di dosso la tenera scorza del debutto fu piazzarlo in marcatura ombra su un altro diciottenne, Gianni Rivera, il golden boy del calcio italiano che proprio quell’anno porterà il Milan a vincere l’ottavo scudetto. Nell’anno del debutto, Olivieri visse da leader uno dei punti più leggendari della storia della Spal, con la finale di coppa Italia giocata il 21 giugno del ’62 contro il Napoli di Pesaola.

L’esito però arrise agli azzurri partenopei, che vinsero 2-1 con reti di Corelli (ex spallino) e Ronzon. Nel ‘64/’65 Olivieri rimase a Ferrara anche in serie B, segnando all’ultima giornata la rete decisiva contro il Palermo che riportò gli estensi in serie A. Alla guida della squadra c’era Francesco Petagna (vi dice niente questo nome?) che immaginò per lui un futuro sulle orme di Giacomo Losi nella Roma, a cui lo cedette un anno dopo. Ciò che Petagna non può immaginare è l’incredibile coincidenza che si verifica sessant’anni dopo – lo scorso 27 gennaio – quando il Napoli ufficializza l’acquisto del nipote Andrea (attaccante – guarda caso – proprio della Spal) lo stesso giorno in cui Gennaro Olivieri muore nella sua Castellammare all’età di 77 anni. La sua vita è piena di carambole, come la fantastica amichevole contro il Santos al Flaminio, nella Roma di Oronzo Pugliese nel ’66.

Al mago di Turi piacevano i difensori come Olivieri, con le caviglie di marmo e il passato da mediano, l’identikit perfetto di chi non fa differenza tra piede e pallone e costringe campioni come Gigi Riva, Kurt Hamrin, Sandro Mazzola, Helmut Haller e Gigi Meroni a non darsi troppe arie. Tuttavia quella sera nel Santos gioca un numero dieci che può permettersi questo e altro: si chiama Pelè, la perola negra, reduce da due mondiali vinti con la selecao tra il’58 e il ‘62. Fece gol, ‘O Rei, ma senza esagerare. Olivieri collezionò appena sette presenze in campionato, la Roma di Peirò si piazzò decima deludendo le attese e la sua carriera scivolò verso altri approdi (Perugia, Salernitana, poi Nocerina e Juve Stabia con Gianni Di Marzio), fino al ritiro agonistico nel ‘75. Lo scorso maggio la Spal, ha consegnato a Olivieri la maglia celebrativa numero 2 per le sue 102 presenze con tre gol in cinque campionati. In quel periodo fatato viene convocato nella Nazionale di Serie B, partecipa con la Nazionale Olimpica alle qualificazioni per i Giochi di Tokyo del 1964, poi Edmondo Fabbri lo convoca otto volte nella Nazionale maggiore.

Nel 1993 entra a far parte della F.I.G.C. prima come allenatore e poi come Ct della Nazionale di calcio militare, dove, nel 1997 vince la medaglia d’argento ai Mondiali a Teheran, allenando fior di campioni come Del Piero e Cannavaro. Gli ultimi anni della sua vita li ha spesi tra i giovanissimi dell’Oratorio della chiesa di Sant’Antonio a Castellammare, insegnando il calcio ai bambini, dove qualche volta è Dio a imporsi, seminando sacerdoti agli angoli più disperati del mondo.

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