Ciro Formisano

Alla sbarra 10 ras dei Fabbrocino. I boss rischiano un’altra stangata

Ciro Formisano,  

Alla sbarra 10 ras dei Fabbrocino. I boss rischiano un’altra stangata

Si apre con un rinvio i processo d’Appello ai presunti ras del clan Fabbrocino, la multinazionale del crimine organizzato con base a San Gennaro Vesuviano. I giudici del tribunale di Napoli hanno deciso di rinviare a marzo il procedimento che vede alla sbarra 10 persone: tutte a vario titolo ritenute coinvolte nei business della cosca fondata dal boss defunto Mario Fabbrocino.

In quella sede l’accusa formulerà le richieste di condanna e salvo colpi di scena dovrebbe essere proposta la conferma delle pene incassate, in primo grado dagli imputati. Una prima svolta che arriva a otto mesi dalla conclusione del processo di primo grado. Un processo che rappresenta una “costola” della mega inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia che a marzo del 2018 ha portato all’arresto di 11 persone (in tutto sono 16 gli indagati). I reati contestati, a vario titolo, vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso alla detenzione di armi, passando per estorsioni, spaccio e l’accusa di aver favorito la latitanza del ras Francesco Maturo, ritenuto – come chiarito in calce la provvedimento cautelare eseguito un anno fa – un elemento di spicco dei Fabbrocino.

Il processo Oltre a Maturo – condannato a 11 anni e 4 mesi di reclusione in primo grado – in questo filone processuale con rito abbreviato sono imputati anche Valerio Bifulco, Aniello Cardo, Francesco Ranieri, Salvatore Esposito, Francesco Tagliaferro, Giovanni De Riso, Antonio Federico e Raffaele Nappo, quest’ultimo ritenuto vicino al clan Giugliano, dinastia criminale di Poggiomarino ma legata a doppio filo ai Fabbrocino. Tra gli imputati anche Carmine Amoruso, una delle poche gole profonde della camorra vesuviana che ha svelato agli inquirenti i business degli eredi del boss defunto Mario ‘o gravunaro. In tutto sessantotto anni carcere complessivi distribuiti a carico dei vari imputati finiti alla sbarra. Il potere del clan Un’inchiesta che secondo gli inquirenti tratteggia anche i contorni del potere economico e militare della cosca. Un clan, i Fabbrocino, ricco e potente, come rimarcato in calce all’ordinanza di custodia cautelare emessa un anno fa dal gip.

La coesione storica del clan – scrive il giudice – è stata assicurata «dalla costante assistenza economica a tutti gli associati, soprattutto ai detenuti e alle loro famiglie». Tutto grazie alla «ricchezza delle casse del clan». Casse nelle quali – ribadisce il gip – «confluiscono non solo i proventi delle attività illecite, ma anche i profitti ormai derivanti dalla conduzione delle attività imprenditoriali intraprese e gestite dal clan con metodi mafiosi». Una ricchezza enorme, smisurata capace di «scongiurare situazioni di pericolo» rafforzando «il vincolo di omertà anche nei confronti dei consociati». L’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia ha ribadito che la cosca, nonostante la morte del padrino resta egemone sul territorio vesuviano.

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