Parmalat, sos al Vescovo di Castellammare: «Almeno Dio non ci abbandoni»

Vincenzo Lamberti,  

Parmalat, sos al Vescovo di Castellammare: «Almeno Dio non ci abbandoni»

Da tre giorni sono senza lavoro. Da tre giorni si vedono ogni mattina nello stabilimento della Cil, quello in cui ogni mattina caricavano i loro furgoni per portare il latte e gli altri prodotti nei market e nei negozi dell’area stabiese, dei Monti Lattari, dell’Agro e della zona vesuviana. Sono 39 tra dipendenti e agenti di commercio che avevano la colpa di lavorare per la società di Adolfo Greco, imprenditore stabiese indagato con i nipoti di Michele Zagaria del clan dei Casalesi. Dopo aver ascoltato l’assordante silenzio della politica, hanno deciso di scrivere una lettera alla massima autorità religiosa sul territorio. Una missiva carica di pathos al Vescovo Francesco Alfano in cui chiedono al presule di unirsi a loro per una preghiera a difesa del lavoro. «Ci rivolgiamo a Lei, guida spirituale della nostra comunità, alla luce del grave disagio provocato dalla revoca della concessione per la vendita dei prodotti Parmalat alla nostra azienda», l’appello accorato dei 39 dipendenti che, in poche ore, hanno dovuto vedere i furgoni scortati dalla vigilanza privata. Trattati come camorristi per paura di ritorsioni contro i col- leghi di altre società che effettuavano le consegne. «In poche ore la nostra storia personale e lavorativa è stata stravolta senza una motivazione che ci riguardasse direttamente. Ci siamo trovati repentinamente in una condizione di rischio del nostro posto di lavoro, rischio che riteniamo assolutamente ingiustificato dato che abbia- mo quotidianamente svolto il nostro servizio nel rispetto dell’azienda. Lo abbiamo fatto con dedizione, impegno e correttezza nei confronti dell’azienda ma soprattutto nei confronti dei clienti Parmalat», scrivono i lavoratori che da tre giorni si vedono nei capannoni in cui hanno diviso sogni, dolori e ambizioni. «Siamo in 39 e questo non è solo un numero. Con noi ci sono le nostre mogli, i nostri figli, i nostri amici e i nostri parenti. Ognuno di noi ha la sua storia personale e lavorativa che, in poche ore, è stata avvolta dalla precarietà a seguito di una decisione assunta dai vertici Parmalat, che per anni abbiamo onorato con il nostro servizio. Siamo consapevoli che Lei è al corrente della nostra situazione e che la segue con attenzione. Vorremmo raccontarLe tutte le nostre storie personali», scrivono i dipendenti. Che raccontano storie comuni ma cariche di paure: «C’è chi ha moglie e dei figli, chi, giovane, ha intenzione di sposarsi e creare una famiglia. Anni fa abbiamo deciso di restare in questa terra bellissima, far crescere qui i nostri figli e restare qui con la nostra famiglia. Ci sentiamo persi. Senza il lavoro e senza prospettive per il futuro viene meno ogni speranza. Un dramma che mai avremmo immaginato e voluto vivere. La mattina, quando arriviamo in azienda, ad aspettarci c’è un capannone vuoto senza prodotti da vendere. Un contenitore di cemento che ci è stato svuotato per motivi che, e lo ribadiamo, non ci riguardano. Perché noi il nostro lavoro l’abbiamo sempre fatto e fatto bene. Lo dimostrano i nostri risultati cresciuti con il passare degli anni. Eccellenza Reverendissima, Le chiediamo di celebrare con noi, con le nostre famiglie, i nostri figli e con i nostri parenti, una Santa Messa nella nostra struttura, è l’unico modo, ascoltando le parole di conforto del nostro Vescovo, avere la consapevolezza che non siamo soli e che almeno Dio non ci ha abbandonati», le parole dei lavoratori al Vescovo.

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