Tiziano Valle

Capitan Amodio e le sfide epiche con Platini e Diego

Tiziano Valle,  

Capitan Amodio e le sfide epiche con Platini e Diego

«Careca era appena arrivato in Italia. Vinicio, preoccupato, mi disse che avrei dovuto marcarlo io. Mi spiegò i suoi movimenti e che avrei dovuto stare attento alle sue finte. Cominciò la partita e mi resi conto che riusciva a fare giocate incredibili a una velocità impressionante. Avevo un solo modo per fermarlo…». E’ il 4 ottobre del 1987, allo stadio Partenio di Avellino arriva il Napoli campione d’Italia in carica. Roberto Amodio, difensore di Castellammare di Stabia, è il capitano degli irpini. Di fronte c’è la “Ma.Gi.Ca.”, ma al posto di Carnevale dal primo minuto gioca Careca, l’asso brasiliano che il presidente Corrado Ferlaino ha voluto regalare all’allenatore Ottavio Bianchi per rendere il Napoli ancora più forte e completare un tridente da favola con Maradona e Giordano. Luis Vinicio, allenatore dell’Avellino, teme l‘attacco azzurro e soprattutto Careca, così decide di affidarsi al capitano, uno che ha sempre avuto la fama da duro.

Amodio, dica la verità, qualche calcio gliel’ha dato.

«Ma no, l’ho marcato».

Le abbiamo chiesto la verità.

«Vabbé, in effetti qualche botta la prese quel giorno e alla fine Maradona si avvicinò e mi chiese “Roberto, dai. Lascialo stare”».

Ecco, ora le crediamo.

«Ma prima era così, i difensori si facevano sentire e gli attaccanti dovevano sudarselo il gol. In quegli anni, chi riusciva a fare 10-11 gol era considerato un bomber».

Oggi con il Var sarebbe impossibile difendere in quel modo.

«Con la tecnologia il calcio è un po’ cambiato e si fa più attenzione soprattutto in area. Ma chi ha giocato negli anni ’80-’90, oggi potrebbe farlo ancora meglio».

Dice?

«Sì. Sono cambiati gli allenamenti e la preparazione atletica, ma non il modo di stare in campo e prima si giocava un calcio più tecnico».

Meglio prima?

«Non è un discorso solo di campo, la verità è che trent’anni fa il contesto era diverso».

A cosa si riferisce? «A tante cose, ma se vuole un esempio le dico che prima c’era più passione. Con il mercato bloccato i calciatori rimanevano a lungo in una squadra e anche per i tifosi c’era più tempo per affezionarsi a loro».

E oggi invece? «Vedo giovani che si arrendono alle prime difficoltà, non accettano la competizione e due mesi dopo essere arrivati in una squadra chiedono già di andare via perché sanno che magari a gennaio riapre il mercato».

Lei come ha cominciato?

«In strada, al rione Spiaggia a Castellammare. Poi passai alla Fulgor la squadra della parrocchia che in seguito fece la fusione con la Juve Stabia per allestire la formazione Allievi».

Chi è stato il primo a credere in lei?

«Mister Pasquale Criscuolo ci teneva tanto a me, eravamo dello stesso quartiere».

Il Napoli la prese dalla Juve Stabia.

«Sì, con gli azzurri ho vinto lo scudetto Primavera. Poi sono stato a Gallipoli, a Messina, prima che il Napoli mi facesse tornare per sostituire Bruscolotti in un torneo».

Quella di Avellino è stata l’esperienza più importante della sua carriera.

«Ho avuto la fortuna di giocare con grandi campioni come Diaz, Dirceu, per citarne alcuni, e affrontare avversari come Rumenigge, Van Basten, Zico, Platini e tanti altri».

Con la Juve Stabia ha trascorso anni importanti, però la soddisfazione più bella l’ha avuta da dirigente.

«La promozione in Serie B del 2011 ci ha fatto entrare nella storia ed è stata anche un po’ la rivincita rispetto al primo anno in cui la nuova dirigenza arrivò a Castellammare».

Quello della retrocessione con Biancolino, Grieco…

«Sulla carta avevamo uno squadrone, ma il calcio si regge su tre pilastri: società, ambiente e spogliatoio, basta che uno solo di questi elementi venga meno per far crollare tutto. E quell’anno non s’era mai formato lo spogliatoio».

La società invece era sana.

«L’ha dimostrato vincendo subito il campionato l’anno dopo in C2 e volendo guardare fino a oggi credo che la continuità di risultati avuta dalla Juve Stabia negli ultimi 10 anni sia difficile da trovare in un’altra realtà di provincia nel Sud Italia». Tra l’altro in quel periodo lei portò a Castellammare Danilo D’Ambrosio, ora nell’Inter di Conte.

«Lo prendemmo dalla Fiorentina che ormai l’aveva scaricato. Lui nasceva come esterno alto e in quel ruolo non riusciva a incidere. Con Rastelli lavorammo per trasformarlo in terzino e adattarlo anche sulla sinistra. Alla fine lo prese il Torino e la Juve Stabia fece un bell’affare».

E’ stata la sua operazione più importante da dirigente?

«Ce ne sono diverse. Ricordo con piacere anche quando portai Ciro Immobile al Sorrento. La Salernitana lo aveva scartato perché fisicamente era piccolo, ma già allora si vedeva che aveva confidenza con il gol e in dodici mesi fece uno sviluppo impressionante. Ciro Ferrara, che all’epoca era responsabile del settore giovanile della Juventus, lo vide in un torneo e riuscì a bruciare la concorrenza di Torino e Messina, pagandolo 100mila euro».

E’ vero che provò a prenderlo anche con la Juve Stabia?

«Sì, dopo la promozione in Serie B del 2011, ma non riuscimmo a trovare un accordo economico con i suoi agenti. Lui veniva da una stagione in cui aveva giocato poco con Antonio Conte in panchina, ma io ero convinto che sarebbe esploso».

Oggi è il direttore generale del settore giovanile della Juve Stabia.

«E nonostante i tanti sacrifici sono convinto che riusciremo a tirare fuori qualcosa di interessante. La Campania ha un bacino importante, ma mancano le strutture e bisogna arrangiarsi. Noi abbiamo alcuni ragazzi del 2002 che hanno prospettive e se rigano dritto possono affermarsi».

Suo figlio Antonio, invece, sta facendo benissimo da ds a Sorrento.

«Dopo il periodo da osservatore con la Spal sta affrontando questa nuova esperienza con grande passione. Non sta mai fermo, cerca di vedere quante più partite possibili, anche all’estero».

Le ha dato consigli?

«Di vita sempre, sul lavoro mai. Nel calcio i genitori meno sono presenti e meglio è».

Ultima curiosità, ricorda come finì quel derby Avellino-Napoli?

«Vinse il Napoli 1-0, segnò Carnevale a 5 minuti dalla fine».

E Careca? «

Fu costretto a uscire prima…»

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