Le strategie di Gabetti per salvare le società di calcio

Rocco Traisci,  

Le strategie di Gabetti per salvare le società di calcio

Due miliardi e mezzo. E’ questa la stima dell’investimento che nel giro di pochi anni la Figc intende mettere a regime per evitare l’inevitabile. La fine dello sport più amato dagli italiani si aggira sulla scena finanziaria come uno spettro trasversale, che parte da nord e arriva a sud, tracciando tutte le categorie e le competizioni ufficiali che ogni domenica fanno liturgia.

La join venture che ha visto l’Avellino precipitare nuovamente nel baratro della crisi societaria, con la diaspora Izzo-Circelli per il predominio delle quote societarie, lo sprofondamento nelle serie inferiori di Palermo e Bari sono l’esempio più lampante della debolezza di un sistema conflittuale che rifugge – masochisticamente – l’idea del profitto. Fatturare non significa fare utili e senza utili purtroppo si fallisce, anche quando le piazze sventagliano i vessilli del blasone. I prossimi investimenti saranno veicolati su solide basi programmatiche, a partire dalla riqualificazione degli stadi e a finire con l’autonomia dei settori giovanili. Il caso dello stadio Novi di Angri apre spiragli di innovazione. E non è un caso se tra le duecentocinquanta squadre prof e semi-pro sia proprio una piccola realtà campana a fare da apripista. Promotore del progetto Gabetti Calcio è Nando Elefante, ex dirigente dell’Us Angri, oggi relationship del colosso immobiliare del gruppo Marcegaglia, da settant’anni leader del settore e oggi quotata in borsa. «Lo stadio Novi di Angri sarà il nostro progetto pilota – asserisce – perché ci sono tutti i presupposti per sperimentare. Ad Angri una società sportiva che si occupa prevalentemente di scuola calcio, la United Angri, ha vinto il bando di concorso pubblico per la gestione dell’impianto per 19 anni, occupandosi così sia del fitto del terreno di gioco, sia della cartellonistica pubblicitaria. Il problema è che non ci sono margini di profitto per poter intervenire anche a livello strutturale».

Ed è qui che entra in gioco Gabetti.

«Esatto, la nostra proposta arriva quando una società ha la necessità di trasformare lo stadio in un incubatore sociale ma non ne ha la forza economica e progettuale, il know how e la credenziali per ottenere un consistente finanziamento bancario».

Quali interventi strutturali prevede e quale ruolo intendete assumere nei confronti delle società?

«E’ molto semplice, noi non siamo intenzionati a sostituirci alle società di calcio per la gestione dell’impianto, la nostra esperienza maturata nel settore ci consente però di realizzare studi di fattibilità per lo screening dei flussi economici. Tutte le società hanno fatto ricorso al Credito Sportivo ma non è detto che lo ottengano. Un progetto immobiliare per la valuation degli impianti non si improvvisa e non è ad appannaggio di un semplice staff di architetti e ingegneri».

In concreto quale valore in più proponete ai gestori degli stadi?

«Lo stadio secondo noi, a qualsiasi livello, è un posto che la gente ama frequentare ed è il luogo naturale per ospitare un centro di fisioterapia, ad esempio, oppure un’aula magna di cento posti per organizzare convegni mensili, oppure una foresteria per giovani talenti, sia per scuole calcio sia per i settori giovanili che hanno la necessità di ospitare ragazzi che arrivano da fuori regione. E’ chiaro che sono tutti valori di business molto concreti per brandizzare le società di calcio e per consentirgli di investire anche in giovani talenti che fuggono al nord, e sappiamo tutti quanti calciatori napoletani hanno fatto la fortuna di piccole società come Montella per l’Empoli, Quagliarella per il Torino, Esposito per l’Inter».

Anche i calciatori sono aziende sportive che avrebbero bisogno di progettualità.

«Noi ci riteniamo consulenti, advisor di una serie di operazioni che un calciatore, arrivato a fine carriera non riuscirebbe mai a gestire con oculatezza. Noi possiamo aiutarli nel gestire le ricchezze accumulate e trovare opportunità che generino rendite, anche quando termineranno la loro attività agonistica. La nostra sfida è trasformarli da semplici asset in infrastrutture strategiche, in grado di generare benefici economici».

Quali sono le altre società a cui avete proposto il progetto?

«Siamo ancora in fase di definizione, visto che la nostra operazione è nata solo a novembre, ma i feedback sono positivi, perché nessun imprenditore vuole gettare soldi dalla finestra e tantomeno fallire. La vita stessa del calcio dipende dalle strategie che si vogliono mettere sul piatto per trasformare operazioni in perdita in grandi realtà imprenditoriali».

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