Tiziano Valle

Pizzo, D’Alessandro senza freni. Il pentito Cavaliere: «Racket a un palazzo di un pm»

Tiziano Valle,  

Pizzo, D’Alessandro senza freni. Il pentito Cavaliere: «Racket a un palazzo di un pm»

Gli imprenditori che realizzavano lavori a Castellammare di Stabia dovevano pagare il pizzo anche se stavano ristrutturando proprietà di magistrati o forze dell’ordine. Un episodio che spunta fuori da uno dei verbali finora inediti di Renato Cavaliere, ex killer del clan D’Alessandro e ora collaboratore di giustizia. Il pentito racconta di un’estorsione messa a segno ai danni di un costruttore impegnato in alcuni lavori nella zona di Quisisana, che l’Antimafia ipotizza potessero essere di proprietà di un magistrato.

Il pentito racconta che «l’estorsione che ho fatto al padre di (…) riguardava la ricostruzione di un palazzo nella zona di Quisisana – spiega – Il cantiere si trovava nel vicoletto dove, dopo l’omicidio di Aldo Vuolo, è stata ritrovata la motocicletta che è stata abbandonata dal ragazzo che abbiamo inseguito dopo l’agguato. Io ho fermato i lavori e ho detto al padre di (…) che entro quarantotto ore mi doveva portare i soldi». Ma stavolta, secondo quanto afferma Cavaliere, qualcosa va storto nei piani del clan: «Successivamente ho incontrato il padre di (…) e gli ho chiesto i soldi. Lui mi ha detto che il proprietario del palazzo, che un finanziere graduato (forse un maresciallo), mi stava cercando perché mi voleva incontrare per dirmi che il palazzo era della sua famiglia – spiega il pentito – Io, temendo di essere arrestato e non avendo intenzione di incontrare il finanziere, ho detto al padre di (…) che allora era a posto e ho rinunciato a consumare l’estorsione». Finisce lì? Non secondo quanto racconta il collaboratore di giustizia, perché altri esattori del pizzo del clan D’Alessandro riuscirono ad avvicinare l’imprenditore che stava realizzando i lavori e a imporre il racket. E’ lo stesso Cavaliere a raccontarlo tirando in ballo altri affiliati alla cosca di Scanzano: «Ho poi saputo che l’estorsione è stata fatta da (…) e (…), fratello di (…)».

Un episodio, uno dei tanti di estorsioni messe a segno da parte del clan D’Alessandro in quegli anni ai danni dei costruttori, tuttora oggetto di indagine. Un racconto che testimonia come la cosca di Scanzano non si fermasse davanti a nulla quando c’era da imporre la tassa della camorra, in particolare in un settore, quello edilizio, dal quale è sempre riuscito a ricavare molti soldi. A testimoniarlo sono proprio i verbali dei pentiti, molti ancora coperti da omissis, sui quali l’Antimafia da anni sta cercando riscontri. Un lavoro investigativo lungo e che ora potrebbe arricchirsi di ulteriori dettagli forniti dal neo collaboratore di giustizia Pasquale Rapicano.

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