Colpo di spugna per i falsi incidenti. Salvi i 49 imputati

Salvatore Piro,  

Colpo di spugna per i falsi incidenti. Salvi i 49 imputati

Truffe ai danni di 23 compagnie assicurative. A processo la prescrizione salva 49 imputati tra medici, avvocati e semplici cittadini della zona vesuviana e del nolano, finiti alla sbarra per aver partecipato a vario titolo a una vera e propria associazione a delinquere. Un gruppo criminale che, secondo l’accusa, a partire dal 2009 ha truffato pure le potentissime “Allianz”, “Generali” e “Ras”. Oltre al Fondo di Garanzia per le Vittime delle Strada. E’ una sentenza choc quella scritta dal giudice del Tribunale di Nola Daniela Critelli.

Un verdetto che praticamente chiude in un nulla di fatto l’ultimo filone della mega-inchiesta Jordanus. Ovvero l’indagine sulle truffe alle assicurazioni architettate con la presunta compiacenza di tre avvocati con studio a San Giuseppe Vesuviano, vale a dire i professionisti Rossella Ranieri, Giuseppe Iervolino e Giovanni Di Matola. E poi con la presunta complicità di quattro medici, ovvero Salvatore Duraccio, Mariantonietta Napolitano, Ciro Izzo, Carlo Casillo. Dottori che operavano presso strutture pubbliche, come l’ospedale “Loreto Mare” di Napoli o il “Santa Maria della Pietà” di Nola, e varie cliniche private attrezzate per il pronto soccorso. Alla sbarra, in totale, erano finite 53 persone. Ma nel frattempo un imputato è deceduto. Aspettando i tempi di una giustizia lumaca, che alla fine ha costretto il giudice a una sentenza di “non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato associativo”. In 49 sono stati dunque graziati dai tempi elefantiaci delle indagini e del processo. Solo in 3 sono stati infine rinviati a giudizio con l’accusa di falso materiale in atto pubblico.

L’associazione criminale è invece “estinta”. Resterà impunita. Il gruppo criminale di 49 persone fu smascherato dai carabinieri e dalla guardia di finanza delle compagnie di Nola, che scoprirono dettagli inquietanti su come, anche nel vesuviano, si architettassero falsi incidenti stradali per ottenere migliaia di euro di rimborso dalle assicurazioni. Dopo mesi di intercettazioni a raccontare tutto agli inquirenti fu uno degli indagati poi finiti a processo, il medico sommese Cesare Di Palma.

Il dottore, durante un interrogatorio, svelò il significato dei termini usati tra i sospettati nel corso delle telefonate. Di Palma spiegò che il tariffario per “confezionare” i falsi referti, spesso alla base di falsi incidenti, andava dai 5 ai 10 euro per una relazione, fino ai 30-100 euro per gli esami strumentali. Il totale della truffa accertata dagli investigatori si aggirerebbe intorno al milione e mezzo di euro di indennizzi per incidenti inventati. L’organizzazione a piramide – secondo l’accusa – per incassare i soldi delle assicurazioni vedeva al vertice alcuni studi legali e oltre 60 medici.

I professionisti a capo dell’organizzazione truffavano le compagnie e anche lo Stato, accedendo in modo illecito al fondo unico per le vittime della strada. Quattro – secondo l’iniziale impianto accusatorio – erano le distinte organizzazioni dedite alla truffa e orbitanti attorno a decine di studi legali. La compiacenza dei dottori rappresentava invece il secondo livello della piramide. I medici, in cambio di denaro, sarebbero stati pronti a fornire certificati falsi per sinistri mai avvenuti. Oltre ai dottori, la mega-inchiesta “Jordanus” ha travolto periti e un impiegato della Banca Popolare Vesuviana di Nola, Natale Ambrosio. Quest’ultimo, secondo il pm, “provvedeva all’accensione di libretti di deposito a nome dei soggetti danneggiati”.

Alla base della piramide, attraverso sei distinti procacciatori che li assoldavano e un intermediario, Luigi Musa, c’erano i cittadini comuni, che venivano pagati come falsi testimoni o finti danneggiati. Le indagini erano partite a seguito della denuncia di un cittadino, che aveva subito minacce da Angelo Amoroso, sottoposto nel 2013 a divieto di dimora nella provincia di Napoli. Amoroso, secondo i magistrati, si occupava “tra l’altro del reimpiego delle somme di denaro in beni di lusso”. Dalle intercettazioni sull’utenza di Amoroso, l’inchiesta si era allargata fino a scoperchiare l’intera rete illecita.

Gli indagati, per sfuggire alle intercettazioni, utilizzavano un linguaggio in codice. Con il termine “hotel” si indicavano con ogni probabilità i presidi ospedalieri; con “rappezzo” e “guaina” la documentazione medica. Al termine delle indagini furono sequestrati beni mobili e immobili del valore di circa 4 milioni di euro. Ma la prescrizione ha in pratica salvato tutti. “La consumazione del reato associativo” ha scritto il giudice nella contestuale motivazione della sentenza “si è protratta fino al 23 febbraio 2011”. E, anche per i capi e promotori, si è prescritta nel 2019. Il tempo ha battuto i magistrati e i giudici. A esultare sono gli impuniti.

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