Castellammare. Uccise suo figlio, la richiesta del pm: «14 anni di carcere»

Ciro Formisano,  

Castellammare. Uccise suo figlio, la richiesta del pm: «14 anni di carcere»

Al culmine di una folle lite in famiglia ha accoltellato suo figlio, morto dopo quasi venti giorni di agonia. Oggi, a poco meno di quattro anni da quella terrificante notte di sangue, lame e sirene, Antonio Napodano, sessantacinquenne di Castellammare di Stabia, rischia una condanna a quattordici anni di carcere per omicidio volontario. E’ la richiesta di pena formulata dal pm nell’ultima udienza del processo che si celebra con rito abbreviato davanti al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Torre Annunziata.

Il duello in piazza

Ma facciamo un passo indietro. Siamo agli inizi di settembre del 2016. Nel rione Savorito, quartiere reso celebre recentemente dai falò anti-pentiti e dalle inchieste condotte dall’Antimafia su spaccio e camorra, si scatena l’inferno. Ma non è una questione di clan. E’ in corso una furibonda lite in famiglia. Ad avere la peggio è Giuseppe Napodano, 40 anni, noto col soprannome di Peppe l’avocato. L’uomo sarebbe stato colpito, nella piazzetta del rione, da alcune coltellate al termine di un vero e proprio duello. Due colpi, uno al fianco e uno alla scapola. La vittima, in fin di vita, viene condotta d’urgenza in ospedale. Giuseppe Napodano combatte per la vita per circa 20 giorni. Fino al 20 settembre. Il giorno in cui si spegne nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Caserta, dove è stato ricoverato in seguito alle gravi ferite riportate a causa dell’aggressione. Dalle indagini lampo condotte dai poliziotti del commissariato di Castellammare di Stabia viene fuori il movente. Una lite in famiglia innescata da futili motivi ma inasprita da vecchi screzi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la mancata partecipazione di Antonio alla cerimonia per la prima comunione della figlia di Giuseppe. Episodio che, inserito in un contesto familiare pieno di contrasti, è stato considerato un’offesa. Giuseppe, figlio di primo letto di Antonio, si era costruito un’altra famiglia. I rapporti tra i due nuclei familiari – come accertato dalle indagini – non sono mai stati buoni.  Dopo la giornata di festeggiamenti padre e figlio si sono anche sentiti al telefono e sono volati insulti e minacce. Giuseppe Napodano, che aveva alcuni precedenti per droga, si trovava agli arresti domiciliari. Aveva minacciato di andare a picchiare il padre. Che, a sua volta, è uscito di casa per andare incontro al figlio. Da qui l’incontro nella piazzetta del rione, a pochi passi dalla statua di Padre Pio e il tragico epilogo.

La difesa

L’imputato che ha ammesso di aver colpito il figlio subito dopo la lite, ha anche raccontato agli inquirenti di essere stato aggredito per primo.  Antonio Napodano, imputato a piede libero, ha dichiarato che il figlio l’ha provato a colpire con una mazza da baseball (i poliziotti ne hanno ritrovato una insanguinata poco distante) e lui ha afferrato un coltello che usa per lavoro e lo ha colpito dal basso perché era caduto. Una ricostruzione che evidentemente non ha convinto a pieno gli inquirenti che al termine di un’articolata indagine hanno contestato a Napodano l’accusa di omicidio volontario. Accusa che il legale dell’imputato – rappresentato dall’avvocato Francesco Schettino – proverà a far vacillare nel corso della prossima udienza, fissata a maggio. La difesa, infatti, ritiene che Napodano abbia agito per legittima difesa e soprattutto che non avrebbe colpito il figlio con il chiaro intento di ucciderlo. Tesi che verrà valutata dal giudice. Il gup, infatti, nel corso della prossima udienza potrebbe anche emettere il verdetto di primo grado. Una sentenza che dovrà riscrivere la storia di quell’incredibile delitto nato da una banale lite in famiglia finita nel sangue.

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