Torre Annunziata. Gionta, estorsione sui morti: chiesti 90 anni di carcere

Salvatore Piro,  

Torre Annunziata. Gionta, estorsione sui morti: chiesti 90 anni di carcere

“Novant’anni di carcere per i dieci esattori del clan Gionta”. E’ durissima la richiesta dell’accusa, che in appello ha chiesto la conferma delle condanne inflitte in primo grado ai signori del racket di Torre Annunziata. Gli estorsori, otto su dieci affiliati alla camorra, taglieggiavano tutti: imprenditori edili, canteri navali, agenzie di pompe funebri, ristoranti, negozi di abbigliamento e centri medici. A capo del gruppo di esattori – secondo i magistrati dell’Antimafia di Napoli Sergio Ferrigno e Ivana Fulco – c’era il 52enne Luigi Della Grotta, alias Gigino ‘o panzarotto, storico fiancheggiatore dei “valentini”. Per lui, era il 18 dicembre del 2018, in primo grado arrivò la condanna più pesante: 18 anni di reclusione. Una pena che, adesso, il procuratore generale presso la Corte di Appello di Napoli ha chiesto ai giudici di confermare. Così come invocato in aula ai danni di Oreste Palmieri, il 40enne detto Sasà ‘o luongo, e di Raffaele Passeggia, 60 anni, conosciuto negli ambienti criminali come “Padre Pio”.  Questi ultimi, in primo grado, incassarono 16 anni di carcere a testa. Erano loro, secondo quanto ricostruito dalle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, a eseguire materialmente una parte delle estorsioni per conto del clan Gionta, andando a incassare il denaro da commercianti, agenzie funebri e piccoli imprenditori. Tutti, in pratica, dovevano pagare il pizzo alla camorra. Altrimenti sarebbero partite dure minacce e violente ritorsioni.  Associazione mafiosa, estorsione, detenzione e porto illecito di armi. Queste le accuse spiccate a vario titolo dai magistrati della Dda di Napoli e che, in primo grado, costarono pesanti condanne nei confronti di ulteriori 7 imputati. Ovvero il ras Pietro Izzo, 44 anni, alias ’a fetamma. E ancora Luigi Caglione, detto Gino “Canale 5”, 55 anni, imparentato con Ernesto Gionta, fratello del capoclan Valentino; Valerio Varone, 41, l’unico di Pompei, ritenuto uno dei custodi delle armi; e Salvatore Ferraro, alias ’o capitano, 55 anni, ex residente di Palazzo Fienga. Tutti, nel 2018, furono condannati a 10 anni in cella. Anche per loro il procuratore generale ha richiesto la conferma della pena. Stessa sorte è toccata al 34enne Antonio Palumbo, alias pizzicanterra, condannato in primo grado a 4 anni; Raffaele Abbellito, alias “ciaciello”, condannato nel 2018 a 5 anni di carcere ma con esclusione dell’affiliazione al clan Gionta, così come Leonardo Amoruso, 46 anni, pescivendolo incensurato, condannato in primo grado a 6 anni di reclusione. Secondo i giudici il clan Gionta aveva imbastito nel corso degli anni un’attività estorsiva capillare ai danni degli imprenditori operanti in città. Alle vittime veniva imposto, in misura variabile in base alla loro capacità economica, un pagamento mensile, annuale o in occasione delle festività di Natale e di Pasqua. Le “rate” venivano estorte tramite una mappatura completa del territorio. La suddivisione dei negozi da taglieggiare, in alcuni casi, prevedeva che il pagamento fosse effettuato agli ex rivali del clan Gallo-Cavalieri: una tregua dopo la fine della guerra armata e la sancita  “pax” criminale. Il sistema pizzo fu smantellato il 6 settembre del 2017 con un blitz notturno dei carabinieri. Quel giorno, i militari ammanettarono 12 persone accusate a vario titolo di estorsione, detenzione di armi, associazione a delinquere di stampo camorristico. Nell’altro filone processuale, nato dalla stessa inchiesta ma celebratosi con rito ordinario presso il Tribunale di Torre Annunziata, sono già stati condannati in primo grado altri due ras dei Gionta. Ovvero Vincenzo Amoruso ‘o ‘nzerrino, che ha incassato una pena a 20 anni. E Ciro Nappo, alias Ciruzzo capa ‘e ‘auciello, ritenuto l’ultimo reggente a capo della vecchia costola dei “valentini” e stangato dai giudici con una condanna a 15 anni di galera. @riproduzione riservata

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