Elena Pontoriero

Racket, arriva la condanna per il boss Di Martino

Elena Pontoriero,  

Racket, arriva la condanna per il boss Di Martino

Il boss Francesco Di Martino, detto zio Ciccio ‘e borraccione, resterà in cella per i prossimi 3 anni e 10 mesi. Questa la sentenza di condanna decisa dai giudici al termine del processo in abbreviato. Esponente del clan Afeltra-Di Martino, Francesco Di Martino era stato catturato a ottobre 2019 e per lui si erano aperte le porte del carcere. Il boss di via Gesinella è stato ritenuto responsabile della tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, ai danni di un dipendente di un caseificio di Agerola. I fatti risalgono ad agosto del 2018 quando la vittima è stata avvicinata dall’esponente del clan dei Lattari per un presunto debito contratto 20 anni fa dal padre. Circa 30mila euro vantati non direttamente dal ras parente di Raffaele Afeltra, (detto ‘o borraccione e a capo dell’omonimo clan): quei soldi infatti erano stati richiesti per conto di Giovanni Acampora, 49enne,“compariello” di Di Martino. Per Acampora, ritenuto il mandante del racket, resta ancora aperto il processo con rito ordinario. Nel pomeriggio di Ferragosto, in compagnia di un giovane pimontese, il boss 58enne aveva raggiunto il posto di lavoro della vittima presentandosi come creditore del padre defunto. La vittima aveva tentato di spiegare che quei soldi, anche volendo, non li poteva restituire perché non li aveva, ma a nulla è servito. Da allora, a scadenza mensile Ciccio Di Martino avanzava la sua pretesa, arrivando a minacciarlo abbastanza esplicitamente: «…tanto se uno si vuole togliere lo sfizio, quando passi da giù ti spara un paio di botte» e avvisando la vittima che sarebbe ritornato fino a quando non avesse ottenuto la somma richiesta. Pressioni sempre maggiori per estorcere i 30mila euro, ma per i quali alla fine aveva “concesso” alla vittima anche il rateizzo, mille euro al mese da versare direttamente nelle sue mani, perché era con lui che andava estinto il debito. Soldi che il dipendente del caseificio non riusciva a recuperare. Allora il boss si sarebbe accontentato di ottenere in cambio il fondo agricolo di uno zio della vittima o anche l’attività commerciale dell’anziano parente. Per Francesco Di Martino, Zio Ciccio, in un modo o in un altro quel debito andava pagato e lo rivendicava anche raggiungendo più volte l’abitazione della vittima per riscuotere per conto del presunto “creditore”, Giovanni Acampora. In occasione proprio Acampora era stato avvicinato dalla vittima che, cercando di trovare una soluzione pacifica, aveva chiesto di intercedere col boss e fermare l’insistente richiesta. «Quello è il mio compare e non si mette paura di nessuno», aveva replicato Giovanni Acampora. E le minacce erano continuate, così come il terrore della vittima di essere uccisa. Nel business del clan, però, era rientrata anche la compravendita delle case. Il nome di Francesco Di Martino, infatti, compare in una indagine partita a novembre 2017, quando tra Pimonte e Agerola si registrarono diversi furti in appartamento. Uno dei quali era stato denunciato dal proprietario di una casa in una zona isolata della “piccola Svizzera napoletana”, che segnalò la scomparsa di ben 64mila euro, solo in contanti, oltre a gioielli e altri oggetti di valore. Un bottino portato via durante l’assenza della famiglia che, nel frattempo, si era trasferita in un paese del vesuviano e aveva messo in vendita l’abitazione. A destare sospetti, infatti, è stata l’entità del furto, ovvero la cifra sottratta alla vittima che, dopo poco, era stata avvicinata proprio da Ciccio Di Martino che “vantava” una priorità sull’acquisto dell’immobile che l’uomo aveva messo in vendita già prima del furto e decidendo il costo della trattativa. Importo che stranamente combaciava con la cifra portata via durante il furto nell’abitazione.

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