Teresa Palmese

No ai tamponi a tutti: sarebbe un business

Teresa Palmese,  

No ai tamponi a tutti: sarebbe un business

Antonio Limone è il direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico di Portici, un centro di eccellenza del Mezzogiorno dove lavorano trecento professionisti tra medici veterinari, biologi, chimici e tecnici di laboratorio.

Il Covid-19 fa paura, così come il panico che si alimenta ogni giorno. Come ne usciamo?

«Ci troviamo di fronte a una pandemia di assoluta gravità, e la psicosi del contagio ha reso tutto più drammatico. In qualche caso la paura s’è rivelata più grave della patologia stessa. Il Covid è un nemico che va affrontato con intelligenza e ratio».

Però ci sono i morti. E la curva dei contagi non s’arresta.

«Noi stiamo facendo di tutto per limitare il contagio, ma è chiaro che è fondamentale ridurre i contatti al minimo per fermare la pandemia. Questo concetto è il perno centrale della questione: soltanto standocene a casa possiamo annientare il coronavirus».

Il governatore De Luca lo dice da giorni, anche con toni duri, che qualcuno ha contestato.

«Al momento non abbiamo altre armi in grado di sconfiggere questa emergenza».

Questione tamponi: per ora si garantiscono ai pazienti sintomatici, questo fa lievitare in maniera ancor più preoccupante l’indice di mortalità (2,4% in Campania). Non sarebbe opportuno fare i test faringei a tappeto?

«Prima di imbatterci in sterili polemiche bisognerebbe fare delle valutazioni».

Prego

«La filosofia di sottoporre a tutti i pazienti il tampone s’è già rivelata fallimentare in Veneto, pertanto credo sia opportuno continuare sulla linea tracciata finora. Meglio fare i tamponi a chi ha sintomi gravi e invitare chi ha segnali di febbre o tosse a chiudersi in casa».

Così non c’è il rischio che tanti casi positivi restino fuori dal censimento, e che in maniera inconsapevole o irresponsabile infettino altre persone?

«Esiste anche un’alta percentuale di falsi positivi e negativi, però. In ogni caso, data l’emergenza, il tampone va fatto solo in casi estremamente necessari. Anche perché dietro ad ogni test c’è un alto impiego di personale, al quale vanno garantite importanti misure di sicurezza, e questo impegnerebbe una buona fetta dell’organico della sanità che adesso è meglio impiegare sul fronte. E poi forse a qualcuno interessa che si moltiplichino i tamponi».

In che senso, scusi?

«Dietro a un virus si nascon- de sempre un business per alcune ditte, anzi direi che si nascondo veri affari. Pensateci: all’inizio i kit per i tamponi avevano costi molto elevati. Poi molte aziende hanno fiutato l’affare e si sono messe a produrli, creando concorrenza e il conseguente abbassamento dei prezzi».

Direttore, la nostra vita è cambiata. Il governatore ha vietato persino la pratica dello jogging, eppure c’è ancora chi si chiede se può uscire in strada.

«Mi fanno sorridere certi commenti che leggo sui social, e mi arrabbio per il fatto che c’è ancora gente che si chiede se può uscire di casa. Ci comportiamo come un gregge impazzito invece di chiederci il perché di queste misure restrittive. Se la gente non comprende la necessità di stare a casa, pagheremo un tributo altissimo in termini di vite umane. E se i numeri degli infettati dovesse passare dal 20 al 60% significherà ritrovarci le terapie intensive al collasso negli ospedali».

E’ chiaro che lei è d’accordo con le misure stringenti adottate dal Governo. Sarà necessario aggiungerne altre?

«Bisognerà attendere per capirlo. Per ora le misure restrittive sono giustissime, io le ho sostenute anche prima della firma dei decreti. Anzi, ho sempre detto che era una follia definire il coronavirus una banale influenza. All’Istituto zooprofilattico ne conosciamo bene i rischi perché studiamo il caso da tempo in quanto esperti in epidemiologia e malattie infettive».

Cosa è successo?

«Non è un caso che certi virus arrivano dall’Oriente, dove c’è una promiscuità nei mercati tra gli animali selvaggi e domestici, oltre al fatto che hanno particolari diete culinarie, che garantiscono i cosiddetti salti di specie».

Dal paziente zero alla pandemia in pochi mesi. Il contagio è altamente probabile tra gli uomini, basta una boccata di sigaretta.

«La possibilità di diffusione del virus è altissima In generale soffiare all’esterno significa liberare saliva, particelle tipiche dello starnuto o della tosse. Anche il fumo alimenta il rischio contagio. Si chiama droplet e interessa non solo il fumo normale, ma anche quello legato alla sigaretta elettronica».

Senza contare che il fumatore è più a rischio nel caso di dispnea.

«Certo. E in generale il fumo indebolisce le mucose di naso e cavo orale assottigliando la barriera che impedisce l’arrivo dall’esterno di batteri».

Antonio Limone

Direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico di Portici

 

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