Giovanna Salvati

«Quest’ospedale rischia di essere una macelleria»

Giovanna Salvati,  

«Quest’ospedale rischia di essere una macelleria»

«Se continuiamo così questo ospedale rischia di diventare una macelleria. Vi prego non ci lasciate soli, stiamo scoppiando ». Piange al telefono Giovanni Savino, uno dei medici da anni alla guida del reparto di cardiologia all’ospedale “Sant’Anna-Madonna della Neve” di Boscotrecase. La struttura di via Lenze che da una settimana è stata individuata come il centro di ricovero per i contagiati da Covid-19. Giovanni è uno dei tanti medici in trincea ai quali oggi lo Stato chiede di essere eroi. «Noi non ci tiriamo indietro, non lo faremo mai ma non possiamo lavorare in queste condizioni, così non ci sentiamo sicuri, non siamo lucidi e non possiamo essere d’aiuto a nessuno», ripete.

La sua voce a stento si sente dall’altra parte della cornetta. Scoppia in lacrime. «Ho 66 anni e quello che sto vivendo ora non l’ho mai provato prima, siamo medici, siamo umani e abbiamo paura». Le lancette del suo orologio ormai non si muovono più, e il tempo nell’ospedale non passa mai. «Arrivano ambulanze cariche in continuazione – continua – i percorsi sono insicuri, i pazienti con positività passano da tutte le direzioni, c’è l’insicurezza tra pulito e sporco. Il materiale contaminato viene lasciato su un lato del corridoio e sul lato opposto c’è quello pulito: entriamo ed usciamo tutti dalla stessa porta, rischiamo di infettare tutti e di infettarci in prima persona».

Come se non bastasse dall’ospedale San Leonardo è arrivata anche una nota nella quale si chiede il trasferimento di cinque infermieri dal nosocomio di Boscotrecase a quello di Castellammare di Stabia come spiega ancora Savino. «Il personale serve, va bene aver trasferito quelli con specializzazione ma gli altri non ne hanno e devono restare nel nostre ospedale, ne abbiamo bisogno». Bisogno di personale come dei dispositivi di sicurezza e protezione «mancano i calzari, mascherine, manca tutto rischiamo di creare una bomba all’interno dell’ospedale – continua – ognuno di noi ha famiglia e rischiamo di infettare anche loro, gli esiti dei tamponi arrivano con ritardo, i pazienti stazionano ma non stanno in isolamento. Non abbiamo le competenze professionali per affrontare tutto questo e siamo esausti». In quella struttura sono circa venti le persone ricoverate, mancano medici e strumenti. I camici bianchi sono come soldati mandati a combattere una guerra ma senza armi, col rischio, serio, di rimetterci la pelle. Una guerra che ogni ora diventa sempre più un inferno.

E il bollettino da guerra cresce sempre più. A questo si aggiunge l’incapacità di non sapere come aiutare quei pazienti. «Non abbiamo indicazioni, siamo stati abbandonati da tutti e così finiremo per suicidarci. Qualcuno deve aiutarci, non possiamo continuare ad andare avanti così». Nei giorni scorsi lo stesso appello era arrivato dagli infermieri del pronto soccorso che avevano invocato il tampone dopo aver saputo della positività di un paziente arrivato al triage e poi accolto da loro.

Lo avevano assistito e senza alcuna precauzione. «Siamo soli, non potete immaginare come stiamo vivendo. Non siamo eroi, siamo umani e con le nostre debolezze, così non possiamo aiutare nessuno se non ci date gli strumenti e le nozioni per curarli, se continuate così li mandate a morire nel nostro ospedale, diventerà presto la macelleria del vesuviano », conclude piangendo. E anche quando la telefonata finisce le sue lacrime fanno eco nella cornetta. Senza aiuti, quell’ospedale, rischia di diventare un girone infernale.

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