Andrea Ripa

Focolaio nella casa di cura: positivi anziani e infermieri

Andrea Ripa,  

Focolaio nella casa di cura: positivi anziani e infermieri

La statua bianca di marmo della Madonna che dall’alto osserva il via vai frenetico dei medici che da giorni affollano le stanze della casa di riposo è un simbolo di speranza. A lei sono affidate le preghiere degli ospiti della casa di riposo di Madonna dell’Arco, a Sant’Anastasia. «Ci vuole la mano sua», sussurra con un filo di voce uno dei nonnini che prova a scrutare lo sguardo di una dottoressa con la maschera arrivata lì per fare il tampone. Nove anziani, quelli rimasti. Tutti positivi. Insieme a loro gli infermieri e alcuni frati domenicani che abitualmente frequentano la struttura. Qui è nato l’ennesimo focolaio della provincia, dove i casi di Coronavirus accertati sono diventati 40. Fino a ieri mattina erano soltanto due le persone contagiate, casi accertati post-mortem. Una vicenda spaventosamente drammatica che potrebbe avere ulteriori risvolti nelle prossime ore, quando i test saranno effettuati nuovamente. Nella struttura negli ultimi venti giorni sono morte già 7 persone, due aveva contratto il Covid-19.

killer silenzioso e spietato che non ha lasciato scampo a nessuno. L’impennata di casi ieri pomeriggio, quando dal laboratorio dell’istituto zooprofiliattico di Portici (i casi in città sono 40 ora), è arrivata la doccia gelata: gli ospiti della residenza per anziani sono tutti affetti da Coronavirus. Una parola che alcuni fanno anche fatica a pronunciare, talmente è difficile. Ci vuole un miracolo della Madonna dell’Arco, ora, per evitare ulteriori tragedie. «Ci affidiamo a lei. Preghiamo sempre». Chissà se basterà. La vita nella casa di riposo s’è fermata da giorni. Il prato incolto, le pareti silenziose della residenza e il grosso cancello di ingresso che resta chiuso sono istantanee di quanto triste e difficile sia la vita adesso. Ognuno è stato isolato in una singola stanza del palazzone alla periferia di Sant’Anastasia, gestito dai frati domenicani. Chi riesce ad alzarsi dal letto ha come unico svago la vista della strada vuota sotto il cielo nero. Nelle grosse stanze regna il silenzio, fuori la paura e la rabbia dei tanti infermieri. Anche loro dovranno rinunciare ai propri familiari per 15 giorni.

Il virus nato in questa casa di riposo ora corre tra San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, Somma Vesuviana, Pollena Trocchia: tutti i paesi di provenienza degli operatori sanitari. Paura anche tra i frati, alcuni di questi saranno sottoposti a ulteriori test. E nei giorni concitati per la diffusione del contagio caratterizzati da paure e inevitabili polemiche, passa all’attacco anche il priore del Santuario, padre Alessio Romano che accusa per i troppi ritardi. Per una situazione diventata esplosiva e che forse si poteva evitare. «Il primo tampone è stato richiesto dal medico curante di un degente il 17 di marzo.

Lo sapete quando sono arrivati ad effettuarlo? – spiega – Ve lo dico io: lunedì scorso, il 23 marzo, in seguito a ben tre morti due dei quali risultati positivi. Otto giorni fondamentali. Solo allora chi di dovere ha compreso che ciò che noi avevamo chiesto era urgente ed importante. Nonostante le sollecitazioni, mie e del medico curante, il risultato è giunto solo dopo che ci è scappato il morto», conclude. L’ultimo pensiero è una preghiera. «Le case di riposo stanno diventando focolai in tutta Italia, come gli ospedali. La mamma dell’Arco ci salvi». Servono proprio le mani della Vergine, perché qui ora serve un miracolo davvero.

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