Appello dei medici: cominciare le cure a casa quando i sintomi sono ancora lievi

Redazione,  

Appello dei medici: cominciare le cure a casa quando i sintomi sono ancora lievi

Gli scienziati l’hanno detto chiaro e tondo: i malati di Covid-19 vanno curati a casa quando i sintomi sono ancora lievi, con terapie adeguate ben prima che si aggravino. E con minori chance di guarire. Oggi la medesima indicazione è arrivata da Pierluigi Viale, direttore di Malattie infettive del Policlinico di Sant’Orsola di Bologna: “Il vero centro della partita si gioca prima della terapia intensiva, si gioca a casa dei pazienti”.

E proprio il Policlinico e l’Ausl di Bologna hanno messo a punto un piano operativo dal 29 marzo per scovare casa per casa i potenziali pazienti Covid-19 con pochi sintomi e trattarli prima che vadano in crisi respiratoria. L’iter di intervento prevede il ruolo chiave dei medici di famiglia, la valutazione più approfondita di un infettivologo in strutture check-point sul territorio (per ora a Bologna l’ospedale Maggiore e il Sant’Orsola), e la terapia, con idrossiclorochina, per il paziente e per chi ne condivide la dimora. Se clinicamente possibile, il paziente è rinviato al domicilio e gestito dal medico generale.

Ma se la strada da intraprendere al più presto è questa, non mancano ostacoli nella strategia anti-Coronavirus. Il piano infatti al momento riguarda solo l’Emilia Romagna e i primi a lanciare l’appello alle istituzioni per poter curare adeguatamente i positivi in isolamento domiciliare sono proprio i medici di famiglia. “Secondo le nostre stime, le persone malate in quarantena a casa sono dieci volte di più di quelli indicati dai dati ufficiali, perché il conto rispecchia solo i positivi molto gravi e che hanno già fatto il tampone”, denuncia la segretaria dei Medici di base della Lombardia Paola Pedrini.

“Il problema – spiega – è che il Dpcm prevede solo la dispensazione ospedaliera degli antivirali e dell’ idrossiclorochina, ma questi medicinali dovrebbero essere distribuiti nelle normali farmacie, poter essere prescritti dai medici di base e i pazienti curati prima di finire intubati”. Intanto, se dal territorio emerge forte il senso d’impotenza degli operatori sanitari, sul versante dei medici ospedalieri l’urgenza del tema è confermata.

“I positivi non solo vanno curati a casa, ma il loro isolamento deve essere reale. Non si può stare in quarantena in piccoli appartamenti dove si rischia di contagiare il resto della famiglia. Chiediamo che si faccia come in Cina: requisire strutture dove le persone malate siano veramente isolate”, dice Ester Pasetti, medico a Piacenza e segretario regionale dell’Anaao Assomed in Emilia Romagna.

“Non si può creare l’ingorgo negli ospedali, non ci sono posti letto per tutti i malati Covid. Qui abbiamo anche la necessità di dimettere le persone, ma le dimissioni prevedono l’isolamento fiduciario a casa e se nel proprio appartamento non ci sono le condizioni bisogna assolutamente trovare hotel o altre sistemazioni”. In questi giorni al superlavoro dei medici di base che seguono migliaia di pazienti Covid in tutta Italia si sono affiancate le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca).

Al momento ce ne sono solo in alcune regioni ed è previsto che effettuino visite a domicilio. Ma i problemi non mancano: “In Emilia Romagna le Usca sono composte perlopiù da giovani specializzandi, le dotazioni di sicurezza individuale non sono adeguate. Non si può mandare un medico a casa di un paziente che ha la polmonite con la semplice mascherina chirurgica perchè s’infetta lui e contagia altri pazienti”, conclude Fabio Vespa, segretario regionale Fimmg dell’Emilia Romagna, “è urgente trovare una soluzione”.

CRONACA