Aniello, il decano del 118 di Ercolano: a 69 anni insegue il virus

Daniele Gentile,  

Aniello, il decano del 118 di Ercolano: a 69 anni insegue il virus

Ercolano. A 69 anni a bordo di un’ambulanza per salvare le vite, Aniello porta avanti la sua battaglia contro il coronavirus. Ha deciso di restare al suo posto e aiutare le persone in difficoltà, come ha sempre fatto finora: Aniello Iardino – il papà di Elisabetta, la dottoressa in trincea a Milano – racconta la sua storia e la sua battaglia lungo il Miglio d’Oro, a partire da Ercolano e Portici fino a Torre del Greco. Aniello lavora “d’urgenza”. è lui che arriva quando si chiede aiuto al 118. è sempre lui il primo a entrare in contatto con possibili ammalati di coronavirus.

Infine è sempre lui che da oltre 20 giorni dorme lontano da sua moglie Carmela Saulino – assessore del comune di Ercolano e le sue due figlie – per paura di contagiarle. Il sessantanovenne è un operatore del 118 e un dirigente dell’Asl Napoli 3 Sud. Sarebbe dovuto andare in pensione due anni fa ma ha deciso di restare al servizio degli ammalati. «Lo faccio per passione – ha spiegato – ma mai come in questo periodo ne ho visti di medici che amano solo i soldi». Il suo racconto inizia così, con una denuncia pesante nei confronti del Medici di Famiglia, quelli della Mutua: «I cittadini ci chiamano per ogni esigenza, anche per un mal di gola in questo periodo. Ma non dovrebbe essere il 118 a rispondere a queste telefonate, ma i medici di base. Questa categoria è ormai estinta, non rispondono più ai telefoni, non effettuano visite e non ricevono gli ammalati: loro hanno paura del contagio e il 118 viene chiamato ormai per ogni necessità – prosegue Aniello -. Non ho paura di ammalarmi, vivo distante dalla mia famiglia, dormo nello studio di mia figlia che ora è a Milano, quindi non temo di poter contagiare qualcuno. Temo quello che sto vedendo in questi giorni: i medici di famiglia scomparsi e noi operatori del 118, spesso senza neanche le giuste protezioni, siamo costretti ad andare a casa delle persone che non necessitano di ospedalizzazione, e quelle che necessiterebbero di una cura intensiva si rifiutano per pura di ammalarsi direttamente in  ospedale, che attualmente sono i maggiori diffusori del virus».

Dunque Aniello, nonostante l’età ha deciso di non arrendersi e continuare a lavorare per il bene dei cittadini. Tutti i giorni sale a bordo della stessa ambulanza e il centralino inizia a squillare, spesso sono persone che hanno solo paura, che vogliono un conforto. Perché in questo momento, anche il più semplice dei raffreddori spaventa: «A volte ci troviamo davanti persone che in realtà non hanno niente, ma sono solo spaventate. Anche i decimi di febbre fanno paura – prosegue il papà di Elisabetta -. Oggi metto la tuta arancione e continuo a svolgere il mio lavoro, lontano da mia moglie e dalle mie figlie, ma so che tornerà a splendere il sole. Purtroppo, ci troviamo davanti a qualcosa di ancora sconosciuto, ma anche questa pagina sarà voltata».

Così inizia un altro turno su quell’ambulanza che in questi giorni non si ferma mai, finché arriva la sera e Aniello torna in studio dove si addormenta da solo e lontano da tutti i suoi cari perché, il rischio di infettare – essendo così esposto al contagio – ciò che ama di più al mondo, lo tiene lontano da casa, mentre inizia un altro giorno in trincea.

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